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domenica 28 marzo 2021

Why she wrote

 Autrici: Lauren Burke; Hannah K. Chapman

Illustratrice: Kaley Bales

Sottotitolo: A Graphic History of the Lives, Inspiration, and Influence Behind the Pens of Classic Women Writers

Lingua: inglese

Genere: saggio

Prima pubblicazione: aprile 2021


Why she wrote è uno dei saggi più belli che abbia mai letto, e di sicuro il più stimolante.
Bellissima la prefazione in cui, piuttosto che ricercare differenze e unicità delle scrittrici trattate, si pone l'accento sulle loro similitudini e su quanto alcune di esse ne abbiano influenzato altre.

Non solo di romanziere parla il testo, ma anche di attiviste, poetesse, donne che si sono battute per i propri diritti intellettuali, che hanno dovuto nascondersi dietro pseudonimi maschili e superare notevoli difficoltà dovute ai tempi in cui sono vissute, spesso alle precarie condizioni economiche, quasi sempre al fatto di non essere degli uomini.

Il volume non racchiude aride biografie, quanto piuttosto brevi - ma non per questo non esaurienti - testi che pongono l'accento sugli eventi più importanti e sul background delle scrittrici, facilitando la contestualizzazione.


La presenza di brevi fumetti è stata fuorviante, perché mi aveva fatto pensare ad un volume per bambini o ragazzi. Le tavole, invece, - dichiaratamente romanzate - si occupano spesso di momenti molto difficili delle vite di queste donne, come il terribile intervento subito da Frances Burney, tuttavia c'è anche spazio per eventi più gioiosi e piacevoli, come la scoperta di un amore insperato da parte di Elizabeth Barrett Browining.

Ogni capitolo si chiude con alcuni aneddoti - spesso simpatici - riguardanti le scrittrici, e un elenco dei loro lavori, che spinge il lettore a ricercarli per saperne di più.
Accanto ad autrici più conosciute e famose come Jane Austen, le sorelle Bronte o Beatrix Potter, il saggio permette di conoscerne altre, come Edith Maude Eaton, nata da madre cinese e padre inglese e dedicatasi soprattutto alla narrazione di storie di immigrati euroasiatici, o le attiviste afroamericane Alice Dunbar Nelson e Frances E.W. Harper, che si batterono per i diritti delle donne e della loro gente.

Why she wrote è un volume che consiglio a chiunque mastichi l'inglese - sperando che venga presto tradotto in italiano - e di cui metterò in wish list la versione cartacea.


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La copertina: non amo il rosa, ma credo che sia il colore adatto per un saggio tutto al femminile, e mi piace l'idea dei busti per rappresentare le autrici.

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Descrizione: In Why She Wrote, dive into the fascinating, unexpected, and inspiring stories behind the greatest women writers in the English language.

This compelling graphic collection features 18 women—including Jane Austen, Louisa May Alcott, Alice Dunbar Nelson, Anne Lister, and more—and asks a simple question: in a time when being a woman writer often meant being undervalued, overlooked, or pigeonholed, why did she write?

Why did Jane Austen struggle to write for five years before her first novel was ever published? How did Edith Maude Eaton's writing change the narrative around Chinese immigrant workers in North America? Why did the Brontë sisters choose to write under male pennames, and Anne Lister write her personal diaries in code?

Learn about women writers from the 18th, 19th, and early 20th centuries, from familiar favorites to those who have undeservedly fallen into obscurity, and their often untold histories, including:

• The forgotten mother of the gothic genre
• The unexpected success of Little Women
• The diaries of the "first modern lesbian"
• The lawsuit to protect Little Lord Fauntleroy
• The personal account of a mastectomy in 1811
• Austen's struggles with writer's block
• And much, much more!

Why She Wrote highlights a significant moment from each writer's life and retells it through engaging and accessible comics, along with biographical text, bibliographies, and fun facts. For aspiring writers, literary enthusiasts, and the Janeite who has everything, this new collection highlights these incredible women's hardships, their influence, and the spark that called them to write.

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Rating: 5/5

venerdì 5 aprile 2019

Il manicomio dei bambini


Autore: Alberto Gaino

Sottotitolo: Storie di istituzionalizzazione

Lingua: italiano

Genere: saggio

Prima pubblicazione: 2017




Rinchiudere dei bambini in manicomio perché poveri o con alterazioni dello sviluppo sembra la trama di un romanzo distopico, eppure è ciò che è successo per anni e anni in Italia, fino a quando la legge Basaglia non ha messo la parola fine ad una pratica crudele ed insensata.

Alberto Gaino ci propone una attenta e lucida disamina di quella che era la situazione manicomiale soprattutto in Piemonte, soffermandosi dapprima sugli adulti e poi focalizzandosi sui bambini e sugli adolescenti, in particolari quelli che ebbero la sfortuna di ritrovarsi a Villa Azzurra, struttura in provincia di Torino che rappresentava un vero inferno per i piccoli ricoverati.
Il contenuto è di certo molto forte, non si può restare impassibili di fronte a ciò che bambini e ragazzi hanno sofferto una volta intrappolati in un sistema che non lasciava loro scampo, né si proponeva di aiutarli, ma solo di mondare la società della loro presenza. E fa rabbia leggere delle lotte di potere condotte sulla pelle dei bambini, degli interessi economici nascosti sotto il sistema dei ricoveri, degli abusi, dei medici indifferenti o, peggio, crudeli, delle vite danneggiate o distrutte, del tempo irrecuperabilmente perso.


La seconda parte è sicuramente quella più toccante, in cui l'autore propone delle testimonianze di persone che hanno vissuto tale realtà e sono riuscite a raccontare la propria esperienza.
La terza parte è invece la più lenta, benché interessante, e, direi, quasi altrettanto avvilente. In essa si sottolinea infatti l'insufficienza di strutture moderne in cui aiutare tali bambini, o anche solo di progetti o cure assicurate all'interno di ASL e ospedali pubblici, la mancanza delle quali spinge i più fortunati a cambiare regione, gli altri, a prolungate attese e a parcheggi nelle scuole, il più delle volte impreparate e lasciate sole a fronteggiare quello che è un problema che non si può fingere di non vedere.

Il saggio pone l'accento su come situazioni si mili a quella di Villa Azzurra possano ancora riproporsi, se la responsabilità di pazienti affettivamente ed intellettivamente bisognosi di aiuto viene posta nelle mani di persone che usano la propria autorità per perpetrare abusi orribili sui più deboli. Paradigmatico risulta il caso del Forteto, struttura a lungo elogiata e additata come esempio, ma in realtà ennesimo luogo di abusi e maltrattamenti, utile solo a rimpinguare le tasche di individui senza scrupoli. Interessante il focus sui ragazzi immigrati arrivati in Italia senza accompagnatori, e per lo più lasciati a vivere giornate vuote senza alcuna speranza per il futuro. Ancora più interessante che l'autore citi il caso di Riace come vero esempio da imitare, visto poi come sono andate le cose...

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La copertina: trovo il busto scelto come immagine di copertina pregnante e toccante. Ha uno sguardo assolutamente profondo ed umano, ma è rotto - irrimediabilmente, forse - e danneggiato come i bambini che hanno dovuto subire la prigionia del manicomio.

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Un interessante articolo sul saggio.

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Descrizione: «Avevo tre anni quando un’assistente sociale mi portò a Villa Azzurra che di quel colore non aveva proprio nulla. Ci finii perché quella buona donna di mia mamma mi aveva avuto da un uomo che della paternità se ne infischiò allegramente, non l’ho mai incontrato. Lei era giovane e sola…». Comincia così – con una storia terribilmente simile a molte altre – questo libro scritto per non dimenticare; per ricordare a chi è vissuto al tempo dei manicomi e per informare chi non c’era. Ma scritto anche per smontare l’illusione che oggi la fabbrica della follia sia altro da quanto era in passato: fenomeno di massa, fenomeno di poveri, manicomi (o realtà troppo simili) come discariche umane e sociali.

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Giudizio personale: 4/5

lunedì 6 agosto 2018

Enemies in love


Autrice: Alexis Clark

Sottotitolo: A German POW, a Black Nurse, and an Unlikely Romance

Lingua: inglese

Genere: saggio / storia

Prima pubblicazione: maggio 2018



In Enemies in love, la storia d'amore tra un'infermiera di colore e un prigioniero di guerra tedesco, deportato negli Stati Uniti, è lo spunto per un interessante saggio sui trattamenti riservati agli afro-americani nell'esercito, che si trattasse di soldati o infermiere.

E' questa un'ulteriore pagina che si aggiunge alla vergognosa storia del razzismo, dell'apartheid e delle leggi Jim Crow.
Una pagina, però, che mi era quasi totalmente sconosciuta, e che non ha mancato di turbarmi.
L'autrice, infatti, pone l'accento sul fatto che i bianchi americani, ufficiali dell'esercito e civili, trattassero di gran lunga meglio i prigionieri tedeschi, appartenenti ad un popolo in quel momento nemico, piuttosto che i propri connazionali "rei" di avere la pelle scura. Se, infatti, ai soldati era praticamente preclusa la possibilità di una carriera e i loro luoghi di svago erano attentamente separati da quelli dei bianchi, la situazione delle donne non era migliore. Innanzitutto, pur avendo bisogno di infermiere, l'esercito negò per anni l'entrata di un elevato numero di infermiere di colore specializzate, destinando le poche che riuscirono a farcela, alla cura dei soli soldati neri e, ormai alla fine della guerra, ai campi che ospitavano prigionieri tedeschi, pensando che, tra i due gruppi, non avrebbero mai potuto instaurarsi rapporti di amicizia o cameratismo.


Nel profondo sud, inoltre, dove il razzismo era più radicato e le leggi Jim Crow seguite alla lettera, alle infermiere nere non era consentito frequentare locali pubblici, cosa che le condannava all'isolamento e alla frustrazione.

Tutto ciò ci porta a riflettere, con orrore, sulla somiglianza tra l'ideologia hitleriana della razza ariana superiore, e quella americana, di un popolo che pur combatteva il nazismo, ma che contemporaneamente considerava le persone di pelle scura, cittadini di seconda classe.


"... the liberties they fought for weren't extended to them."


" Germans learned from their American occupiers that white supremacy was a shared value in both American and German cultures." 


Proprio in un campo di detenzione per prigionieri tedeschi, si incontrarono e innamorarono i due "nemici" del titolo, Frederick, paracadutista amante della musica, ed Elinor, statuaria infermiera.
Dei due ci viene descritto il background familiare: anaffettivo per lui, sempre alla vana ricerca della considerazione e dell'apprezzamento di un padre assente e rigido; anomalo per quei tempi per lei, cresciuta in una comunità in cui la sua famiglia era rispettata e stimata.
L'autrice non ci narra un idillio, ma piuttosto la verità ricostruita attraverso svariate testimonianze: le difficoltà incontrate dalla coppia a causa del colore della pelle di Elinor; i tradimenti di Frederick; la distanza della coppia dai due figli, lasciati soli ad affrontare un mondo ostile.
In particolare, ho trovato interessante la parte in cui viene narrato il tentativo della famiglia di vivere in Germania, tentativo miseramente fallito a causa del rifiuto della società nei confronti delle coppie miste e dei loro figli.
A questo proposito, vi fu addirittura, dopo la guerra, il "Brown baby plan", un programma di adozione che trasferiva i bambini nati da donne tedesche e soldati afro-americani negli Stati Uniti, affinché i piccoli, outsider nel proprio paese e destinati a crescere negli orfanotrofi, fossero adottati da famiglie di colore e potessero così avere una vita migliore.


Ho trovato Enemies in love molto interessante, tuttavia non posso dire che mi abbia tenuto incollata alle pagine. Credo che se non fosse presentato solo come una storia d'amore, ma come ciò che è, ovvero principalmente un saggio - e un ottimo saggio, direi - potrebbe attirare una fetta di lettori più adatta, maggiormente interessata e ricettiva. Io stessa avrei scelto comunque di leggere il libro, ma in un momento diverso.

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La copertina: senza infamia e senza lode. Mi piacciono la foto e il font, ma se si voleva dare l'impressione dello scorcio di un album fotografico, credo che l'impresa sia riuscita solo a metà: l'immagine sembra circondata da metallo piuttosto che da carta.

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Trama: A true and deeply moving narrative of forbidden love during World War II and a shocking, hidden history of race on the home front
This is a love story like no other: Elinor Powell was an African American nurse in the U.S. military during World War II; Frederick Albert was a soldier in Hitler’s army, captured by the Allies and shipped to a prisoner-of-war camp in the Arizona desert. Like most other black nurses, Eleanor pulled a second-class assignment, in a dusty, sun-baked—and segregated—Western town. The army figured that the risk of fraternization between black nurses and white German POWs was almost nil.

Brought together by unlikely circumstances and racist assumptions, Elinor and Frederick should have been bitter enemies; but instead, at the height of World War II, they fell in love. Their dramatic story was unearthed by journalist Alexis Clark, who through years of interviews and historical research has pieced together an astounding narrative of race and true love in the cauldron of war.

Based on a New York Times story by Clark that drew national attention, Enemies in Love paints a tableau of dreams deferred and of love struggling to survive, twenty-five years before the Supreme Court’s Loving decision legalizing mixed-race marriage—revealing the surprising possibilities for human connection in one of history’s most violent conflicts.

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Giudizio personale: 3/5

sabato 20 gennaio 2018

Il dono della terapia

Autore: Irvin D. Yalom
Lingua: italiano
Titolo originale: The gift of therapy
Genere: saggio
Prima pubblicazione: 2002

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Irvin Yalom è uno psichiatra con un'esperienza di oltre quarant'anni nel campo della psicoterapia. E' conosciuto dal grande pubblico soprattutto per i suoi romanzi, come La cura Shopenhauer.
Il dono della terapia, tuttavia, non è uno di essi: si tratta di un saggio che offre, attraverso capitoli piuttosto brevi, preziosi consigli ed esperienze personali riguardanti appunto la terapia.

Citando le parole dello stesso autore: "La terapia e il rapporto analista-paziente sono [...] l'argomento proprio di questo libro, ma in una maniera appunto così originale che l'esperienza terapeutica vi appare come una sorta di avventura, e analisti e pazienti vi sono raffigurati come singolari "compagni di viaggio" anziché come distaccati guaritori e infelici che soffrono".
Yalom, infatti, non si pone su di un piedistallo, né in quanto insegnante né in quanto terapeuta, ma risulta estremamente umano nei confronti dei suoi pazienti, da cui più volte ammette di aver imparato molto, e confida inoltre vari episodi della propria vita in cui, esattamente come chiunque altro, non è stato "immune dalle intrinseche tragedie dell'esistenza".


Nel parlare della terapia, l'autore punta molto proprio sull'umanità e sul rapporto con il paziente, criticando l'estrema standardizzazione della terapia, che negli Stati Uniti si vuole sempre più breve, ma ugualmente efficace, mentre essa "è un'esplorazione profonda [...] del corso e del significato della vita", ed in quanto tale richiede tempo, fiducia nei confronti del terapeuta e preparazione da parte di questi.

I singoli capitoli trattano ognuno un tema diverso, come la morte e il significato della vita, avendo comunque sempre al centro il rapporto con i pazienti, di cui spesso vengono riportate le storie o stralci di sedute.
E' di sicuro un agile manuale utile per gli addetti ai lavori, ma anche per chi è o è stato paziente, o semplicemente è incuriosito da questo aspetto della medicina.

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La copertina: è una delle più belle che abbia mai visto. Adoro la finestra aperta e il modo in cui la luce si concentra soprattutto in alto a sinistra.

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Descrizione: «I consigli di questo libro scrive Irvin Yalom nellintroduzione al volume sono
tratti da annotazioni relative a quarantacinque anni di pratica clinica. Esso rappresenta un mélange particolare di idee e tecniche che ho trovato utili nel mio lavoro.
Queste idee sono così personali, presuntuose e qualche volta originali che difficilmente il lettore potrà trovarle altrove».
La terapia e il rapporto analista-paziente sono, come indica il titolo, largomento proprio di questo libro, ma in una maniera appunto così originale che lesperienza terapeutica vi appare come una sorta di avventura, e analisti e pazienti vi sono raffigurati come singolari «compagni di viaggio» anziché come distaccati guaritori e infelici che soffrono.
Unendo labilità di narratore al rigore dello studioso, lautore di Le lacrime di Nietzsche
racconta i casi clinici più difficili che gli siano mai capitati rileggendoli alla luce di
un passo di Freud o di Schopenhauer, rivela il consiglio di un vecchio amico grazie al quale superò una delusione di gioventù, attinge alle pagine di Hermann Hesse per parlare di malattia e di guarigione.
«Guidato dalla passione per il compito» e messi da parte i consigli che gli suscitavano «meno entusiasmo», Yalom invita i lettori a seguirlo attraverso ottantacinque temi centrali della terapia contemporanea. Rimuovere gli ostacoli e andare avanti, ad esempio. Evitare le diagnosi. Non avere paura di sbagliare. Sviscerare il senso della parola «casa».
Riflettere sui sogni che ci tengono svegli, e ricordare che se il terapeuta ha molti pazienti, il paziente ha un solo terapeuta.
Scritto «con lo stile di O. Henry e lumorismo di Isaac Singer» (San Francisco Chronicle),Il dono della terapia è un viaggio unico ed emozionante al termine del quale la terapia apparirà come un itinerario complesso, un cammino arduo e non privo di trappole, tuttavia sempre ricco di soste appaganti e affascinanti scoperte. Unintima collaborazione che, citando le parole di Reiner Maria Rilke, poeta caro a Yalom, è in grado di dare a tutti noi gli strumenti per affrontare «ciò che cè di irrisolto nei nostri cuori».

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Giudizio personale: 4/5

sabato 24 giugno 2017

The spirituality of Jane Austen

Autrice: Paula Hollingsworth
Lingua: inglese
Genere: saggio
Prima pubblicazione: aprile 2017

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A dispetto del titolo, La spiritualità di Jane Austen, che in un primo tempo mi aveva portato a dubitare del fatto di volerlo leggere, il bel saggio di Paula Hollingsworth non si focalizza solo sul tema principale, ma ci regala una trattazione della vita della scrittrice inglese a 360°, includendo anche più informazioni dei Ricordi di James Edward Austen-Leigh.

Traducendo le parole dell'autrice, "Il termine spirituale è spesso usata oggi laddove la parola religioso sarebbe stata usata ai tempi di Jane Austen [...] per Jane Austen, la parola religioso avrebbe significato cristiano" e " religioso sarebbe stato sinonimo di credenze e riti degli anglicani praticanti appartenenti alla Chiesa d'Inghilterra".

Si tratta quindi di un saggio che, raccontandoci la vita di una delle più conosciute scrittrici di tutti i tempi, ci rende chiaro quelli che per lei erano i temi più cari: la casa, la chiesa e la comunità.


Jane Austen nacque in una famiglia amorevole e di larghe vedute, supportiva, capace di creare un ambiente molto sereno e piacevole, nonché molto legata alla religiosità e alla chiesa, vista l'occupazione non solo del capofamiglia, reverendo, ma anche di altri parenti.

Viene a dipingersi un quadro molto delicato di quella che doveva essere Jane Austen ragazzina e poi giovane donna, cresciuta credendo fermamente nella giustizia, nella costanza e nella capacità di ognuno di migliorarsi.
Molto toccante la parte riguardante il suo trasferimento a Bath. Oltre a fornire interessantissime informazioni sulla città, l'autrice riesce a farci comprendere quanto dové essere penoso e triste per la scrittrice l'allontanamento non solo dalla casa in cui era cresciuta, ma dalla comunità di cui si sentiva parte, e da tutto ciò che aveva costituito sino ad allora la sua vita e la sua quotidianità.

Bath
Tre capitoli sono dedicati all'analisi dei romanzi completi di Jane Austen, naturalmente con un'attenzione particolare alla religiosità. C'è da dire che, pur avendoli letti e riletti innumerevoli volte, sono riuscita ancora ad imparare qualcosa.
Che in Orgoglio e pregiudizio, ad esempio, oltre al noto tema del contrasto tra essere e apparenza, vi sono quelli di morte e resurrezione (interiore) e perdita e redenzione;
che i personaggi di Mr Collins e Lady Catherine, di sicuro non un esempio di ecclesiastico e di patronessa, nascevano dalla profonda consapevolezza di Jane Austen di quanto potere e influenza avessero le persone nella loro posizione, e di quanto male potessero arrecare alla comunità.
Che in Northanger Abbey l'autrice non polemizzava contro i romanzi gotici, bensì contro il fatto che li si leggesse senza riflettere, né comprendere la differenza tra finzione e realtà.
Che in Mansfield Park, la dimora dei Bertram e i suoi abitanti possono essere visti come un microcosmo, rappresentanti la gentry inglese dei tempi di Jane Austen, in declino, soprattutto morale, salvati da Fanny, grazie alla virtù della costanza.


La stessa costanza mostrata da Anne in Persuasione, che non smette di amare nonostante si sia piegata al volere dei suoi familiari, e che, nel suo penoso trasferimento a Bath, è probabilmente il personaggio più vicino a Jane Austen, e più lontano da Catherine Morland, che nella stessa città arriva ragazzina, con tutto l'entusiasmo della sua età e l'anticipazione di nuove scoperte.

Paula Hollingsworth inoltre pone anche l'accento su una interessante questione a cui probabilmente non si pensa spesso, e cioè sul fatto che le trasposizioni su grande e piccolo schermo dei romanzi austeniani, nonché i vari prequel, sequel e variation, allontanandosi dal messaggio originale dell'autrice, così attenta alla moralità e soprattutto alla crescita e alla profonda trasformazione interiore dei suoi personaggi, abbiano contribuito a dare alle opere di Jane Austen la fama di romanzi d'amore e nulla più.

Il saggio si chiude con alcune preghiere composte dalla stessa Jane Austen. L'impressione che ne ho tratto è che la mano che le ha scritte appartenesse ad una persona estremamente sensibile e veramente amabile.

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La copertina: molto bella.
E' costituita semplicemente dall'unico ritratto che disponiamo di Jane Austen, più il titolo, dal font elegante come la disposizione del testo, non chiassoso né ingombrante.
Ha sicuramente contribuito alla mia scelta del testo.

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Descrizione: Best known for her novels Pride and Prejudice, Sense and Sensibility, Mansfield Park, and Emma, published anonymously, Jane Austen commented, critiqued, and illuminated the life of the British gentry at the end of the 18th century. But did Jane’s writings highlight anything about her own spirituality?  In this celebratory book, Paula Hollingsworth explores Jane Austen's gentle but strong faith and the effect it had both on her life and her writing. Drawing on Jane’s life story, her letters, her friendships, her books, and the characters portrayed, Paula shows the depth of Jane Austin’s spirituality. Many people take the superficial view that because she made fun of some individual clergymen—Mr. Collins in Pride and Prejudice being the most obvious example—therefore she must have made fun of faith itself. In fact, one has only to read Mansfield Park and to see the commitment of Fanny and Edmund Bertram to realize that this was far from the case. Her letters, the memoirs of her family, and her epitaph in Winchester Cathedral give a much clearer idea of her faith.

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Giudizio personale: 4/5 

domenica 5 febbraio 2017

I grandi miti greci

Autore: Luciano De Crescenzo
Sottotitolo: Gli dei, gli eroi, gli amori, le guerre
Lingua: italiano
Genere: saggistica
Prima pubblicazione: 1999

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I miti greci mi hanno sempre affascinato,e cercavo da tempo un compendio che potesse colmare le mie lacune in materia.
Pur preferendo di solito saggi "seri", ho voluto per una volta optare per qualcosa di più leggero, e il libro di Luciano De Crescenzo mi è sembrato un buon compromesso.

Il volume si compone di quattro parti; la prima, I miti dell'amore, si apre con alcuni estratti dell'Ars amatoria di Ovidio, scelta che ho trovato opinabile, in quanto l'opera non tratta affatto di miti, né tanto meno può essere considerata uno specchio della società - romana, per altro - del tempo, ma piuttosto un'opera provocatoria.


I miti trattati in questa sezione sono vari, dai più conosciuti, come Narciso e Ulisse, ai meno famosi, come Er e Protesilao; ampio spazio è dedicato alla Favola di Amore e Psiche.

La seconda parte, I miti degli eroi, si focalizza appunto sulla figura dell'eroe, trattando degli Argonauti, di Eracle, Minosse e "compagnia bella".

Protagonisti della terza sezione, I miti degli Dei, sono invece i "famosi" dei dell'Olimpo, come Zeus, Era, Artemide, e le loro vicende.


A I miti della guerra di Troia è dedicata l'ultima parte, piuttosto ampia.

Il saggio è tutto sommato interessante, ma vi sono alcune ripetizioni (ad esempio, il mito di Eracle) e, pur aspettandomi una certa leggerezza nella trattazione, spesso mi ha dato fastidio il tono troppo scanzonato e giocoso dell'autore.

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Quarta di copertina: Si può raccontare un mito nato migliaia di anni fa rendendolo divertente e interessante per il lettore del Duemila? Si può eccome, soprattutto se a farlo è Luciano De Crescenzo, con la sua inconfondibile grazia e ironia. In questo libro l'ingegnere-filosofo torna alla terra e all'epoca che più ama, l'antichità greca, per narrarci storie immortali che parlano di dèi, eroi, ninfe, sirene, ma anche di uomini comuni con le loro grandezze e le loro miserie. Celebri e commoventi vicende d'amore, imprese avventurose, imprevedibili metamorfosi, eroiche epopee. Da Ulisse a Narciso, da Zeus a Dafne, Luciano De Crescenzo traccia così, novello Omero, un affresco vivo e partecipe di un patrimonio di leggende unico al mondo.

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Giudizio personale: 3/5

venerdì 5 agosto 2016

L'uomo che credeva di essere morto

Autore: Vilayanur S. Ramachandran
Sottotitolo: e altri casi clinici sul mistero della natura umana
Titolo originale: The tell-tale brain
Lingua: italiano
Genere: scienze / neuroscienze / medicina
Prima pubblicazione: 2011

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L'uomo che credeva di essere morto è un interessantissimo saggio scritto dal neuroscienziato indiano Vilayanur Ramachandran.
Il titolo italiano si riferisce ad uno degli ultimi casi trattati, in realtà secondo me nemmeno il più interessante, ma sicuramente nella nostra lingua più accattivante della traduzione del titolo originale, The tell-tale brain, pressappoco "Il cervello rivelatore".

Gli argomenti trattati sono numerosi e vari, quali gli arti fantasma, la visione, il linguaggio, l'introspezione e sindromi che potrebbero sembrare a prima vista "bizzarre", come quella che dà il titolo al libro.
In particolare ho trovato molto interessanti i capitoli riguardanti l'autismo con l'intrigante teoria sui neuroni specchio, e quello sulla sinestesia, cioè la capacità di alcune persone di percepire colori nelle lettere o nei numeri.
Ancora, ho scoperto varie connessioni tra l'arte, l'estetica e il cervello, a cui ammetto di non aver mai pensato prima.
L'Introduzione al libro, in cui l'autore parla dell'essere umano come di un "fenomeno assolutamente unico e meravigliosamente nuovo nell'universo", è quasi commovente.

Lo stile è molto chiaro e asciutto (ahimè, qualche volta autocelebrativo), e lo scienziato tratta di esperimenti, aneddoti ed esperienze vissuti in prima persona, quindi di argomenti che conosce bene e di teorie di cui può illustrare lucidamente le ragioni.

Il libro è corredato da numerose illustrazioni e foto che aiutano a comprendere meglio il testo, nonché da un Glossario molto curato e utile.

Di sicuro un libro da rileggere.

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Quarta di copertina: Perché alcune persone ci attraggono sessualmente? Perché ci affascina una certa melodia, un quadro o un tramonto? Come è nato il linguaggio? Come fa il cervello a dare origine alla coscienza? Il famoso neuroscienziato Vilayanur R. Ramachandran indaga le connessioni tra corpo, mente e cervello basandosi sull'osservazione concreta di pazienti che, a causa di difetti genetici o di lesioni cerebrali, presentano sindromi stravaganti e in apparenza inspiegabili.
Coniugando competenza specialistica e talento narrativo, attraverso esempi, storie ed esperimenti, Ramachandran ci guida in una sorta di piacevolissimo "giro turistico" tra le più innovative e feconde scoperte scientifiche sul sottile confine tra neuroscienza e comportamento umano, e lungo il misterioso itinerario dalla percezione alla coscienza. Il risultato è un libro destinato ad aprire prospettive inedite su quelle facoltà che rendono l'uomo davvero unico e speciale fra tutti gli esseri viventi che popolano il nostro pianeta.

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Giudizio personale: 5/5

venerdì 21 agosto 2015

Viaggio dentro la mente

Autore: Piero Angela
Sottotitolo: Conoscere il cervello per tenerlo in forma
Lingua: italiano

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Viaggio dentro la mente è un saggio in forma di dialogo tra lo scrittore e un ipotetico lettore riguardo a quello che secondo me è uno dei temi più interessanti, ossi il cervello.

Gli argomenti trattati sono numerosi: si va, infatti, dal cervello dei bambini a quello degli adolescenti, dal sonno ai sogni, alla corteccia cerebrale, e così via.
Ammetto che temevo che la trattazione fosse troppo semplice: non mi piace quando, per amore di un'ampia divulgazione, le cose non vengono chiamate con il proprio nome. Qui, invece, il linguaggio e lo stile sono sì semplici, ma i termini scientifici sono ben presenti (magari la prima volta solo tra parentesi).

Il testo presenta delle illustrazioni che mi sono piaciute molto, semplici ed interessanti. Ad esempio, viene mostrata la percentuale occupata dalla corteccia prefrontale nel nostro cervello ed in quello di alcuni animali, come il gatto e il cane, e viene illustrata la posizione di ipotalamo e tronco encefalico.

Particolarmente interessanti ho trovato le sezioni riguardanti la memoria, il funzionamento del cervello degli adolescenti, il sogno, e l'identikit dei personaggi che spesso alimentano grandi ed inutili speranze, come cure miracolose per il cancro o malattie per cui non sono ancora disponibili dei farmaci.
Mi aspettavo invece di più dall'ultima parte, su come tenere in forma il cervello (il sottotitolo, a questo proposito, risulta fuorviante, in quanto questa sezione non è di certo la più importante del saggio).

Benché non possa dire che il libro mi abbia tenuto incollata alle pagine, l'ho trovato comunque piacevole e stimolante e lo consiglio a chiunque voglia saperne di più su quella "macchina meravigliosa" che è il nostro cervello.

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Sinossi: Il nostro cervello è una macchina meravigliosa e conoscerla meglio ci può aiutare a usarla al massimo delle sue potenzialità, dai primi anni di vita fino all'età più avanzata. È da questo spettacolare groviglio fatto di miliardi di cellule nervose e delle loro diramazioni che nasce tutto: la nostra capacità di vedere e di immaginare, di soffrire e di gioire, di ricordare e di creare, di odiare e di innamorarsi. Ma come avviene tutto ciò? Come si formano per esempio le immagini che noi vediamo nel nostro "teatrino mentale"? In base a quali meccanismi prendiamo una decisione e non un'altra? Siamo davvero liberi? Da dove nasce l'amore? C'è nel cervello un punto del piacere? Come spieghiamo i déjà-vu? Questo libro, sotto forma di dialogo con un ipotetico lettore curioso, racconta con parole semplici quello che oggi si è capito del nostro cervello e le frontiere di quello che ancora resta da conoscere. Una seconda parte del libro è poi dedicata alle pratiche per tenere il cervello attivo e brillante lungo tutto il corso della vita. Verranno presentati gli studi più recenti sull'allattamento, l'esercizio fisico, l'alimentazione, l'allenamento mentale, il sesso, lo shock della pensione, l'invecchiamento cerebrale, l'Alzheimer, il cervello dei centenari... Molte ricerche dimostrerebbero infatti che è possibile non solo tenere in buona forma i nostri neuroni (e in certi casi migliorarne le prestazioni) ma anche prevenire, almeno in parte, quelli che paiono essere gli inevitabili danni del tempo e dell'età.

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Giudizio personale: 4/5

domenica 29 marzo 2015

Jane Austen and names

Autrice: Maggie Lane

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Jane Austen and names è un breve ma interessante saggio che prende in considerazione tutti i nomi utilizzati nei romanzi della famosa scrittrice inglese, tentando di "scoprire", di volta in volta, il motivo della scelta.

Il saggio si compone di numerose sezioni, tra cui "Jane Austen's feelings for names" e "Names in the novels of Jane Austen".
Maggie Lane ha di sicuro compiuto un grosso lavoro; le sue teorie si ricollegano spesso ai contenuti delle lettere private di Jane Austen (e quindi direttamente ai suoi gusti personali e alle sue opinioni), mentre l'ultima sezione del libro elenca in ordine alfabetico tutti, ma proprio tutti, i nomi utilizzati nei romanzi, anche quelli di giardinieri o cameriere apparsi una sola volta.

L'autrice ci spiega quali fossero i nomi più in voga quando Jane Austen scrisse i suoi romanzi, quali venissero ormai utilizzati solo dalle classi sociali più levate, quali fossero invece caduti in disuso e perché.
Si possono poi scoprire delle vere e proprie curiosità, ovvero che il nome Elizabeth deriva da Isabel, o che la scrittrice, per i personaggi "alla moda" e presuntuosi tendeva ad utilizzare nomi derivati dal latino, come Augusta o Louisa, mentre per i personaggi di bassa estrazione sociale, vecchi nomi biblici o di santi, come Hannah, o diminutivi, come Betty, o che Edward, a ben vedere, è l'unico uomo ad essere chiamato in famiglia con il suo nome di battesimo (pensiamo invece al Colonnello Brandon, o a Mr Knightley, o allo stesso Darcy).

Interessante anche l'appunto che la "sterilità" della famiglia di Kellynch sia indicata dal loro "confinarsi" negli stessi nomi per secoli ("all the Marys and Elizabeths they had married"), o che a quanto pare i cognomi terminanti con una Y fossero particolarmente graditi a Jane Austen (pensiamo a Darcy, Bingley, Knightley), mentre il nome Dick fosse riservato a bambini e ragazzi particolarmente poco simpatici, come Dick Musgrove.

Una tra le ipotesi più interessanti è quella concernente il nome di Mr Darcy senior, che Maggie Lane ipotizza potesse essere George, visto che il suo primo e unico figlio maschio ha come nome il cognome da nubile della madre, mentre la sua seconda figlia è stata chiamata Georgiana e il suo figlioccio, Wickham, George.

Spendo due parole anche per la copertina, a cui di solito non do peso e di cui non parlo spesso, che è davvero molto bella e ben fatta.

Tra le pecche di questo saggio, vi sono invece le frequenti ripetizioni e un mancato approfondimento laddove me lo sarei aspettata. Nonostante ciò, si tratta di una lettura molto piacevole, e sono sicura che qualunque appassionato di Jane Austen potrà trovarla interessante e, forse, troppo breve.

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Contenuto: For Jane Austen, Edmund was a name the represented heroism and chivalry, Maria signified heartlessness and Richard was a joke.

She had a weakness for Emma and a passion for Frederick which endured from her earliest years until she bestowed it on her last, and most romantic, hero.

Unlike most novelists of her period, in naming her characters Jane Austen confined herself to the names found in everyday life, choosing them to fit not only their personalities but their place in society.

While the classic English names are her staple, she also drew on the Old Testament for her low-born characters and eighteenth-century creations for the would-be fashionable.

In this study of a hitherto neglected area of the novelist’s art, Maggie Lane looks at the history of English nomenclature up to Jane Austen’s time and at the naming patterns and practices current in her society, including who was entitled to use the Christian name of whom.

A section on Jane Austen’s own taste in names is followed by an alphabetical listing of all the Christian names used in her mature fiction, with their history, social status and associations.

'Jane Austen and Names' is a must-read for anyone interested in the great novelist.

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Giudizio personale: 3/5

lunedì 1 aprile 2013

La vita secondo Jane Austen

Autore: William Deresiewicz
Sottotitolo: Cosa ho imparato dai suoi romanzi sull'amore, l'amicizia e le cose davvero importanti
Titolo originale: A Jane Austen education

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Interessante come un saggio e appassionante come un romanzo.
Un libro bellissimo, scritto meravigliosamente, e che avviluppa l'attenzione del lettore finché non è finito.
William Deresiewicz, autore di numerosi saggi ed ex insegnate di inglese all'Università di Yale, analizza attentamente alcuni aspetti, probabilmente tra i più importanti, dei sei romanzi di Jane Austen, raccontandoci come essi abbiano influito sul suo modo di comportarsi, sulla conoscenza di sé, e sulle scelte che hanno poi cambiato la sua vita. Per far ciò, egli si avvale non solo della propria penna, ma anche di estratti dai romanzi e di stralci della corrispondenza tra Jane Austen e la famiglia.
La sua analisi è interessantissima, mai noiosa o banale, e tocca temi che non avevo mai associato, o forse solo en passant, ai romanzi austeniani.
Il primo capitolo, Emma, è probabilmente quello che mi è piaciuto di più, capace più di tutti gli altri di far riflettere, e con alcuni passaggi addirittura commoventi. Molto bello anche quello dedicato a L'abbazia di Northanger, in cui l'autore pone l'accento su quello che la scrittrice inglese voleva che notassimo, e cioè che bisogna e che si può imparare ad imparare, e soprattutto, imparare ad amare, perché, anche "se si suppone che l'amore sia spontaneo e naturale", "la Austen dice che abbiamo bisogno di imparare ad amare le cose, perché non succede istintivamente. E questa è un'idea tutt'altro che ovvia".
Mi hanno colpito molto le riflessioni sull'amicizia in Persuasione, nel quale avevo sempre dato maggiore importanza al rimorso, all'attesa e all'amore, e quelle sulla crescita in Orgoglio e pregiudizio. Interessante anche l'analisi dei personaggi di Manfield Park, con un focus sui Bertram e i Crawford.
L'ultimo capitolo è dedicato a Ragione e sentimento, o , meglio, a come il romanzo abbia influito sulla vita dell'autore, che termina il suo libro con due espressioni del tutto perfette. Credo proprio Jane Austen sarebbe davvero fiera di lui!

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Retro copertina: Un libro splendido per le appassionate, e gli appassionati, di Jane Austen.
"Tra tutti i libri dedicati alla vita e alle opere di Jane Austen, questo spicca: è la prova di quanto i temi dei suoi romanzi siano sempre attuali e capaci di affascinare lettori di ogni epoca e di ogni età." THE LIBRARY JOURNAL

"Acuto e spiritoso, Deresiewicz conquista con il suo garbo... e con la sincerità con cui ammette i suoi iniziali pregiudizi maschili verso Jane Austen." THE NEW YORK TIMES BOOK REVIEW

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Sinossi: Quando William Deresiewicz, all’età di ventisette anni, scopre Jane Austen, è un giovane presuntuoso, sentimentalmente immaturo e persuaso che quei "romanzetti da femmine" non facciano di certo per lui. Pochi mesi dopo è un uomo trasformato: nelle pagine dei romanzi austeniani, infatti, scopre un mondo di verità e valori universali e impara a considerare la vita e i rapporti con le persone che lo circondano in chiave completamente diversa; impara a vivere intensamente e veramente. Emma gli insegna a "prestare attenzione alle piccole cose di ogni giorno"; grazie a Orgoglio e pregiudizio si accorge che, ebbene sì, "nessuno nasce perfetto"; L’abbazia di Northanger lo mette in guardia dal rischio di "dare per scontato ciò che si ha"; seguendo le peripezie dei protagonisti di Mansfield Park capisce che divertimento non è sinonimo di felicità; scopre il vero valore dell'amicizia leggendo Persuasione; e infine, accompagnato da Ragione e sentimento, impara che amare significa crescere insieme. Questa è la commovente storia di un uomo che scopre Jane Austen, se ne innamora perdutamente e, grazie a lei, incontra la donna della sua vita. Storia di un’educazione sentimentale; percorso di crescita e di scoperta di sé e degli altri, attraverso le pagine dei sei romanzi austeniani; testimonianza dello straordinario potere della letteratura.

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Estratti dal primo capitolo "Emma: ogni giorno è importante":

" E qui finalmente capii l'intenzione della Austen, fin dall'inizio: la crudeltà di Emma, che mi era stato tanto facile criticare, non era niente altro che la mia. La noia e il disprezzo che il libro suscitava in me non erano i segni dell'incapacità dell'autrice, ma le precise reazioni che lei voleva ottenere da me. Li aveva provocati per smascherarmi. Creando un'eroina che sentiva come me e si comportava come mi sarei comportato io nella sua situazione, mi aveva mostrato il lato peggiore di me ".

" Come tutti i grandi maestri, ora lo so, voleva che arrivassi da solo a capire quello che intendeva dirmi. Aveva verità importanti da comunicare, ma le nascondeva all'interno di umili confezioni ".

" ...la Austen sapeva esattamente quello che faceva nel ritrarre la normalità. Non è accaduto per caso, o superficialità, come se avesse agito d'impulso. La sua fu una scelta artistica rivoluzionaria, una coraggiosa sfida alle convenzioni e alle aspettative... ".

" Lei non riteneva di avere una vita tranquilla, banale o noiosa; la considerava piacevole e affascinante e desiderava che noi facessimo altrettanto con le nostre. Si rendeva conto che ciò che riempie le nostre giornate dovrebbe riempire i nostri cuori, e quello che riempie i nostri cuori dovrebbe riempire i nostri romanzi ".

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Giudizio personale: 5/5

martedì 10 agosto 2010

Rasputin


Autore: Gilbert Maire

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Non definirei questo libro una biografia, tantomeno un romanzo storico, ma piuttosto un saggio, in quanto, benchè la figura principale sia il mugico/taumaturgo Rasputin, l'autore indaga la situazione russa, la politica e gli avvenimenti che fecero sì che un contadino siberiano acquistasse tutto il potere di cui sappiamo.
Forse è questo che rende il libro talvolta un pò pesante, la lunga lista di date e di nomi, che però ne fanno un documento molto accurato.
L'autore indaga la figura di Rasputin in tutte le sue sfaccettature, ce lo presenta come un contadino legato alla sua terra, un oltraggiatore di fanciulle, un traditore, un benefattore dei poveri, un membro della setta Khlysta, un uomo che "non potendo rinnegare il Cristo, che aveva veramente amato, si sforzò di adattarlo ai suoi vizi". Così come per lo zar Nicola II, uomo onesto ma soggetto a crisi di crudeltà, più amante del suo ruolo di marito e di padre che di quello di imperatore, manovrato dalla sua compagna, la zarina Alessandra, gravata da tare ereditarie, folle, disperata per la salute di suo figlio, disposta a tutto pur di garantirgli un trono in un paese tranquillo.

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Giudizio personale: 3/5

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Grogorji Ifimovic Rasputin


La famiglia Romanov


Lo zar Nicola II


La zarina Alessandra


La granduchessa Olga Romanov bambina


Olga fanciulla


La granduchessa Tatiana Romanov


La granduchessa Maria Romanov


La granduchessa Anastasia Romanov


L'erede al trono imperiale, Alexei Romanov

domenica 6 giugno 2010

Ancora dalla parte delle bambine

Autrice: Loredana Lipperini

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Con questo libro è stato amore a prima vista.
Ha tradotto in parole quello che vivo e mi chiedo lavorando con bambini e ragazzi: "Perchè le figlie di quelle donne che sognavano di diventare presidenti degli Stati Uniti -o del Consiglio, volendo riportare il tutto in Italia- desiderano invece, diventare estetiste, letterine, veline? Cosa è successo alle nostre bambine? ".
Spesso resto piuttosto colpita, dal vederle truccate a nove anni, dal constatare che una seduta dall'estetista -a 13 anni- o dal parrucchiere, è più importante di una giornata di scuola, e che per loro non c'è nulla di più invidiabile in un'amica, che unghie perfette, laccate e decorate all'ultima moda.
Dalla parte delle bambine analizza proprio questa decadenza -lasciatemi passare il termine-, ponendosi come un ideale proseguimento di Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Belotti, che raccontava, negli anni Settanta, come l'educazione dei bambini e delle bambine fosse tale da rinchiuderli in ruoli prestabiliti (i peggiori, manco a dirlo, riservati alle piccole).
Loredana Lipperini pone l'accento sulla regenderization, cioè sul fatto che la nostra società, dopo decenni di lotte per la parità, stia tristemente tornando alla gabbia della divisione dei sessi, condizionando gusti e aspirazioni dei bambini e delle bambine.
Interessante è anche il discorso sulle pubblicità e sulle riviste per adolescenti, che in realtà si rivolgono a piccole di età dagli otto anni in su, le quali vengono portate a desiderare trucchi, abiti alla moda, unghie perfette, ed a considerare il proprio valore in base all'aspetto del proprio corpo, dando poca -o nulla, purtroppo- importanza all'intelligenza e alle capacità individuali.
Un saggio che ti lascia con l'amaro in bocca, che mi ha messo tristezza, che apre gli occhi su lustrini, glitter, tuttorosaaognicosto sotto i quali vengono sepolte le nostre bambine, che, se non aiutate e prese per mano, cresceranno con la convinzione di poter giocare solo al Sapientino rosa, di dover aiutare la mamma nelle faccende -aspettando con ansia di diventare grandi e attendere l'uomo con le pantofole pronte e la cena in caldo-, di non essere adatte allo studio della matematica o alle scienze, di doversi preoccupare solo di abiti, trucco e parrucco, posticipando ad un lontano domani la lettura di un buon libro.

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Retrocopertina: Quali sono i modelli delle "nuove" bambine? Cosa sognano di essere? Madri? Ballerine? Mogli di calciatori?
Le eroine dei fumetti le invitano a essere belle. Le loro riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei loro libri scolastici, le mamme continuano ad accudire alla casa per padri e fratelli. La pubblicità le dipinge come piccole cuoche. La moda le vuole in minigonna e tanga. Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro sogni: diventare madri, ballerine, estetiste, mogli di calciatori, appunto. Questo è il mondo delle nuove bambine.
Negli anni Settanta, Elena Gianini Belotti (la sua prefazione a questo libro è un vero e proprio passaggio di testimone) raccontò come l'educazione sociale e culturale all'inferiorità femminile si compisse nel giro di pochi anni, dalla nascita all'ingresso nella vita scolastica. Le cose non sono cambiate, dice Loredana Lipperini, malgrado le apparenze. Niente più grembiulino rosa all'asilo, ma in tutti i toni del rosa è dipinto il mondo di Barbie e delle sue molte sorelle. Libri, film e cartoni propongono, certo, più personaggi femminili di un tempo: ma confinandoli negli antichi stereotipi della fata e della strega.
Con grande lucidità e sicura ampiezza di indagine, Lipperini fa perno intorno a una domanda cruciale (come è possibile che le ragazze che volevano diventare presidenti degli Stati Uniti abbiano partorito figlie che sognano di sculettare seminude al fianco di un rapper?) e torna lì dove le bambine compiono ancora oggi il loro apprendistato al secondo sesso: la famiglia, la scuola, il mondo dei media, l'immaginario dei libri e dei cartoni.

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Giudizio personale: 3/5