domenica 19 agosto 2018

Jane Austen (Little People, Big Dreams)


Autrice: M. Isabel Sanchez Vegara

Illustratrice: Katie Wilson

Lingua: inglese

Genere: libri per bambini

Prima pubblicazione: giugno 2018


Questo libricino di poco più di dieci pagine racconta ad un pubblico molto molto giovane di lettori la vita di Jane Austen, mostrando loro come una scrittrice ancora oggi tanto apprezzata sia stata una bambina come loro.
Inoltre illustra un po' dello stile di vita del XIX secolo, sottolineando soprattutto i limiti imposti alle donne e alle bambine, a cui spesso non era consentito studiare o avere una vita al di fuori delle mura domestiche.

Le illustrazioni sono adorabili e la fanno da padrone, occupando tutto lo spazio a disposizione. Si tratta di disegni che richiamano quelli semplici dei bambini nel tratto e nella colorazione, eppure si presentano ricchi di particolari da scoprire.


Di sicuro il volumetto rappresenta un utile, primo passo per i piccoli verso il meraviglioso mondo della lettura.

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La copertina: molto carina ed accattivante, anche se forse non è dei migliori l'accostamento dell'azzurro dell'abito di Jane Austen ed il verde dello sfondo.

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Descrizione: Jane Austen was born into a large family with seven brothers and sisters. Shhe grew up reading and writing stories in the English countryside. As an adult, she wrote witty commentaries about the landed gentry in a way that no-one had ever done before. These novels made Jane one of the most loved British writers of all time. This inspiring story of her life features a facts and photo section at the back.

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Giudizio personale: 3/5

venerdì 17 agosto 2018

Villette


Autrice: Charlotte Bronte

Lingua: italiano

Genere: romanzo

Prima pubblicazione: 1853






L'anno scorso, dopo circa vent'anni, ho riscoperto Jane Eyre e l'ho adorato. Ho quindi voluto leggere altri romanzi di Charlotte Bronte per me inediti, come Shirley e Villette.
Se il primo mi era sembrato ammantato da un velo di opprimente malinconia, il secondo è chiaramente, sin dall'inizio, scritto da una mano disillusa.

L'autrice, alla sua stesura, aveva subito gravi lutti familiari, e ciò, unito forse a nuove considerazioni sulla vita, ha contribuito alla creazione di un romanzo cupo e pessimista, che spesso mi è sembrato così opprimente da rendermi la lettura intollerabile.

La protagonista della storia è Lucy Snowe, una ragazza che, dopo una difficile infanzia e con un futuro incerto dinanzi a sé, decide di imbarcarsi per il continente, ed arriva così in Francia, dove riesce a farsi assumere come insegnante in un collegio. Nella immaginaria cittadina di Villette incontrerà le sue vecchie conoscenze inglesi, si crederà innamorata, dovrà tener testa alla direttrice Madame Beck e alle sue allieve e, per qualche tempo, riuscirà anche ad essere felice, di quella felicità che solo l'attesa di tempi migliori riesce a dare.

Lucy ha alcune caratteristiche che la avvicinano a Jane Eyre, come il ruolo di insegnante, e soprattutto il coraggio di prendere in mano la propria vita e di fare scelte rischiose.
Tuttavia, laddove Jane era appassionata e impetuosa, Lucy è piatta, rassegnata e silenziosa.
Non sono riuscita ad amare questo personaggio, e neppure a provare empatia. Qualche volta mi è sembrato che quasi godesse nel crogiolarsi nel proprio pessimismo. Non cercata dai suoi amici, non avrebbe potuto cercarli lei stessa? Non avrebbe potuto scrivere alla sua madrina e far entrare così uno sprazzo di mondo esterno nel cupo e soffocante pensionnat?


E' anche vero che tutte le persone che circondano Lucy sembrano in qualche modo egoiste e concentrate su se stesse, a partire dall'amabile madrina, che pare dimenticare ed abbandonare la sua pupilla quando la vita offre qualcosa di più interessante, al dottor John, di cui tutti hanno un'elevatissima opinione, ma che nasconde dietro il bel viso e l'ammirevole professione, una personalità vuota, a tratti narcisistica, e pensieri tutt'al più superficiali.
Lucy non crede possibile che proprio lei possa essere felice, così strenuamente incolpa la Ragione di non lasciarle "sollevare gli occhi né sorridere né sperare". In tal modo sceglie di non concedersi mai, nemmeno per un attimo, la gioia che potrebbe illuminare le sue giornate, cupe e spente come gli abiti che si ostina ad indossare e che sono un ulteriore elemento di isolamento rispetto al mondo circostante.

Charlotte Bronte è bravissima, come sempre, a tracciare le personalità di ognuno dei suoi personaggi, la temibile Madame Beck, la vacua Ginevra (la cui vicenda mi ha ricordato, alla fine, quella di Lydia Bennet dell'austeniano Orgoglio e pregiudizio), e riesce a rendere il cambiamento che può verificarsi in una persona raccontandoci il carattere della piccola Polly e la sua metamorfosi nella giovane Paulina.
Il personaggio più importante per la vita di Lucy, M. Paul Emanuel, è riuscito a starmi simpatico solo alla fine, quando finalmente è venuta fuori la sua tenerezza e il suo buon cuore, mentre per tutto il romanzo l'ho trovato sgradevole, saccente e odioso, anche per il suo bisogno di domare una Lucy da cui si sentiva attratto.

Ciò che mi è piaciuto meno riguardo alla trama, è stato quel continuo rincorrersi di coincidenze. Se già in Jane Eyre non mi era andata giù che la protagonista fosse accolta proprio da quelli rivelatisi suoi parenti, qui Lucy incontra, in un piccolo paesino francese, tutte le sue conoscenze inglesi, e naturalmente viene fuori un rapporto di parentela. Inoltre, ad un certo punto, possiamo assistere ad una temporanea virata verso il genere gotico - la questione della suora -, che mi ha fatto temere il peggio e mi ha ricordato le atmosfere de I misteri del castello di Udolpho.

Nonostante le innegabili doti da scrittrice di Charlotte Bronte - in questo Villette, basti solo pensare alla descrizione del naufragio -, ho trovato il romanzo troppo lungo e negativo, senza un minimo spiraglio per la speranza. Non lo rileggerei e non mi sentirei di consigliarlo.

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La copertina: bella. Mi piace molto il modo in cui sono strutturate le copertine dei romanzi editi da Fazi: sono sempre sobrie, eleganti ed adatte al contenuto.

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Trama: Per potersi riconoscere veri non si deve piacere al mondo, ma essere amati da chi si ama, ecco l'esito dell'ultimo e più intenso romanzo di Charlotte Brontë, magistrale compimento dell'opera di una fra le più interessanti autrici dell'Ottocento letterario inglese. 
Pubblicato nel 1853, Villette è l'ultimo romanzo di Charlotte Brontë, l'unico che non si concluda con il matrimonio della protagonista, l'unico che abbia come titolo un luogo. Villette (immaginaria città del Continente in cui si adombra Bruxelles) rappresenta infatti un luogo fisico e una regione dell'anima: luogo della vita e della morte, della perdita e della speranza, ultima terra dove può realizzarsi l'amore. "Come sopportare la vita", aveva chiesto Charlotte all'amato professor Héger: Villette è, in un certo senso, la magistrale risposta a questa domanda. Villette, vero e proprio addio al tempo terreno, non è solo il romanzo "più bello", ma il romanzo più profondo di Charlotte Brontë.

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Giudizio personale: 2/5

martedì 14 agosto 2018

Slipper - Non terminato


Autrice: Hester Velmans

Lingua: inglese

Genere: retelling

Prima pubblicazione: aprile 2018







Chiunque mi conosca o abbia dato un'occhiata a questo blog, sa che ho un debole per i retelling delle fiabe tradizionali, e Slipper, presentato come la storia vera che avrebbe poi ispirato Cenerentola, ha catturato subito la mia attenzione, ma è diventato purtroppo uno dei pochi libri che non terminerò.

La protagonista, Lucinda, rimasta orfana alla nascita, viene maltrattata dalle proprie zie, una delle quali la fa lavorare per un periodo come sguattera a casa sua.
E questo è ciò che di meglio capita alla povera bambina: qualsiasi disgrazia la prende di mira. Angosciante. 
Il suo mondo finisce col diventare cupo e asfittico. Intollerabile, per me.
Avrei voluto fermarmi una volta arrivata al 31% della storia, a cui ho però dato un'altra possibilità.
Ed ecco che il peggio accade: un personaggio buono come il pane trova ingiustamente la morte, ma, soprattutto, due uomini adulti approfittano di Lucinda quattordicenne. 
Disgustoso. Non pensavo che si sarebbe arrivati a tanto.
Non ho potuto proseguire, non è un romanzo che fa per me (la stessa autrice ha ammesso: "It may not be everyone's cup of tea..."), non in questo momento e probabilmente nemmeno in futuro.
E' angoscioso vedere Lucinda andare incontro alla propria rovina ed essere continuamente disillusa.

Nulla da ridire sullo stile della scrittrice, che ha di sicuro ricostruito con maestria il periodo storico ed ha descritto molto bene alcuni sintomi e malattie, tanto che mi sono chiesta se fosse un medico.

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La copertina: adatta, complice anche il titolo, a rendere l'idea di Cenerentola.

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Trama: Her life is the inspiration for the world’s most famous story.

Lucinda, a penniless English orphan, is abused and exploited as a cinder-sweep by her aristocratic relatives. On receiving her sole inheritance—a pair of glass-beaded slippers—she runs away to France in pursuit of an officer on whom she has a big crush. She joins the baggage train of Louis XIV’s army, survives a terrible massacre, and eventually finds her way to Paris. There she befriends the man who will some day write the world’s most famous fairy tale, Charles Perrault, and tells him her life story.

There is more: a witch hunt, the sorry truth about daydreams, and some truly astonishing revelations, such as the historical facts behind the story of the Emperor's new clothes, and a perfectly reasonable explanation for the compulsion some young women have to kiss frogs. 

This is not the fairy tale you remember.

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Giudizio personale: 2/5

lunedì 6 agosto 2018

Enemies in love


Autrice: Alexis Clark

Sottotitolo: A German POW, a Black Nurse, and an Unlikely Romance

Lingua: inglese

Genere: saggio / storia

Prima pubblicazione: maggio 2018



In Enemies in love, la storia d'amore tra un'infermiera di colore e un prigioniero di guerra tedesco, deportato negli Stati Uniti, è lo spunto per un interessante saggio sui trattamenti riservati agli afro-americani nell'esercito, che si trattasse di soldati o infermiere.

E' questa un'ulteriore pagina che si aggiunge alla vergognosa storia del razzismo, dell'apartheid e delle leggi Jim Crow.
Una pagina, però, che mi era quasi totalmente sconosciuta, e che non ha mancato di turbarmi.
L'autrice, infatti, pone l'accento sul fatto che i bianchi americani, ufficiali dell'esercito e civili, trattassero di gran lunga meglio i prigionieri tedeschi, appartenenti ad un popolo in quel momento nemico, piuttosto che i propri connazionali "rei" di avere la pelle scura. Se, infatti, ai soldati era praticamente preclusa la possibilità di una carriera e i loro luoghi di svago erano attentamente separati da quelli dei bianchi, la situazione delle donne non era migliore. Innanzitutto, pur avendo bisogno di infermiere, l'esercito negò per anni l'entrata di un elevato numero di infermiere di colore specializzate, destinando le poche che riuscirono a farcela, alla cura dei soli soldati neri e, ormai alla fine della guerra, ai campi che ospitavano prigionieri tedeschi, pensando che, tra i due gruppi, non avrebbero mai potuto instaurarsi rapporti di amicizia o cameratismo.


Nel profondo sud, inoltre, dove il razzismo era più radicato e le leggi Jim Crow seguite alla lettera, alle infermiere nere non era consentito frequentare locali pubblici, cosa che le condannava all'isolamento e alla frustrazione.

Tutto ciò ci porta a riflettere, con orrore, sulla somiglianza tra l'ideologia hitleriana della razza ariana superiore, e quella americana, di un popolo che pur combatteva il nazismo, ma che contemporaneamente considerava le persone di pelle scura, cittadini di seconda classe.


"... the liberties they fought for weren't extended to them."


" Germans learned from their American occupiers that white supremacy was a shared value in both American and German cultures." 


Proprio in un campo di detenzione per prigionieri tedeschi, si incontrarono e innamorarono i due "nemici" del titolo, Frederick, paracadutista amante della musica, ed Elinor, statuaria infermiera.
Dei due ci viene descritto il background familiare: anaffettivo per lui, sempre alla vana ricerca della considerazione e dell'apprezzamento di un padre assente e rigido; anomalo per quei tempi per lei, cresciuta in una comunità in cui la sua famiglia era rispettata e stimata.
L'autrice non ci narra un idillio, ma piuttosto la verità ricostruita attraverso svariate testimonianze: le difficoltà incontrate dalla coppia a causa del colore della pelle di Elinor; i tradimenti di Frederick; la distanza della coppia dai due figli, lasciati soli ad affrontare un mondo ostile.
In particolare, ho trovato interessante la parte in cui viene narrato il tentativo della famiglia di vivere in Germania, tentativo miseramente fallito a causa del rifiuto della società nei confronti delle coppie miste e dei loro figli.
A questo proposito, vi fu addirittura, dopo la guerra, il "Brown baby plan", un programma di adozione che trasferiva i bambini nati da donne tedesche e soldati afro-americani negli Stati Uniti, affinché i piccoli, outsider nel proprio paese e destinati a crescere negli orfanotrofi, fossero adottati da famiglie di colore e potessero così avere una vita migliore.


Ho trovato Enemies in love molto interessante, tuttavia non posso dire che mi abbia tenuto incollata alle pagine. Credo che se non fosse presentato solo come una storia d'amore, ma come ciò che è, ovvero principalmente un saggio - e un ottimo saggio, direi - potrebbe attirare una fetta di lettori più adatta, maggiormente interessata e ricettiva. Io stessa avrei scelto comunque di leggere il libro, ma in un momento diverso.

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La copertina: senza infamia e senza lode. Mi piacciono la foto e il font, ma se si voleva dare l'impressione dello scorcio di un album fotografico, credo che l'impresa sia riuscita solo a metà: l'immagine sembra circondata da metallo piuttosto che da carta.

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Trama: A true and deeply moving narrative of forbidden love during World War II and a shocking, hidden history of race on the home front
This is a love story like no other: Elinor Powell was an African American nurse in the U.S. military during World War II; Frederick Albert was a soldier in Hitler’s army, captured by the Allies and shipped to a prisoner-of-war camp in the Arizona desert. Like most other black nurses, Eleanor pulled a second-class assignment, in a dusty, sun-baked—and segregated—Western town. The army figured that the risk of fraternization between black nurses and white German POWs was almost nil.

Brought together by unlikely circumstances and racist assumptions, Elinor and Frederick should have been bitter enemies; but instead, at the height of World War II, they fell in love. Their dramatic story was unearthed by journalist Alexis Clark, who through years of interviews and historical research has pieced together an astounding narrative of race and true love in the cauldron of war.

Based on a New York Times story by Clark that drew national attention, Enemies in Love paints a tableau of dreams deferred and of love struggling to survive, twenty-five years before the Supreme Court’s Loving decision legalizing mixed-race marriage—revealing the surprising possibilities for human connection in one of history’s most violent conflicts.

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Giudizio personale: 3/5