domenica 9 ottobre 2011

Merlino l'incantatore - Vol.1


Curatrici: Letizia Magini e Gabriella Agrati
Volume: 1 di 2

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Merlino l'incantatore è il primo di due volumi dedicati al mago più famoso della letteratura e curati da Letizia Magini e Gabriella Agrati.

Le scrittrici hanno raccolto in questo libro le varie versioni della storia di Merlino, pur con alcuni tagli senza i quali l'opera sarebbe risultata probabilmente appesantita.
Troviamo qui il Merlino dalla prosa di Robert de Boron e la continuazione del Merlino secondo il Ciclo Vulgato, più i testi complementari: Possibile fine del Merlin di Robert de Boron secondo il manoscritto di Modena; Merlino e il Graal secondo il Didot Perceval; Merlino e Viviana secondo la Suite du Merlin; Il Grido di Merlino secondo il Baladro del sabio Merlin con sus profecias e infine Merlino e Viviana secondo il Lancelot del Ciclo Vulgato.

Il personaggio che emerge da queste pagine è senza età, uomo, bambino, vecchio a seconda dei casi, nato da una donna e da un demone incubo. La straordinaria paternità gli ha donato il potere di conoscere il passato, ma la vita virtuosa della madre dopo la sua nascita, fa sì che Dio gli conceda anche il potere di conoscere il futuro.
Così, da strumento del demonio, Merlino diviene strumento del Signore, e si pone al servizio del suo paese.
Non è un personaggio simpatico o amabile, Merlino; spesso risulta irritante, presuntuoso, e tutti i suoi meriti sono dovuti solo ed esclusivamente ai doni succitati.
La storia non risulta molto avvincente, anche se le scene di battaglia sono davvero molto belle.

Essendo un'opera essenzialmente medievale, il Merlino dà poca o nulla importanza alle donne, che sono mero strumento per il concepimento di eroi (e molto spesso ingannate perché ciò avvenga), o, al contrario, esseri malvagi ed egoisti.
A quest'ultima categoria appartiene Viviana, la donna amata da Merlino, il quale forse solo con lei ci mostra il suo volto umano: pur sapendo, infatti, che questo amore e la vicinanza della donna lo porteranno alla morte, il mago non riesce a separarsene, e corre incontro al suo destino.
E l'episodio del Grido gli regala un po' di quella simpatia del lettore che gli è stata negata nel corso del volume.

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Quarta di copertina: La prima immagine che una figura leggendaria come Merlino evoca in noi è quella del vecchio mago saggio e stravagante, consigliere di Artù e artefice delle fortune del suo regno sullo sfondo delle avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda e della ricerca del Graal. Ma questo è solo il punto di arrivo di una leggenda che, prendendo le mosse dai più remoti miti dei popoli celtici, nella sua lunghissima evoluzione ha rappresentato gli infiniti volti del grande Incantatore di Britannia: figura storica e personaggio archetipico, personificazione del mito dell'uomo selvaggio, saggio e folle, ultimo dei druidi, profeta di Dio e beffarda incarnazione del male. Ciascuno degli autori che ha narrato le gesta di Merlino a partire dal Medioevo ha aggiunto una tessera al cangiante mosaico che forma il suo ritratto. E tuttavia, con le sue continue metamorfosi, questo straordinario personaggio non ha ancora rivelato il suo mistero: padrone dello spazio, vecchio e bambino, fanciullo dai capelli bianchi, Merlino continua così a giocare col tempo e a percorrere i cicli della vita, da quella passata, di cui conserva il ricordo, a quella a venire, che domina con le sue profezie. Un saggio che si legge come un romanzo, un'opera avvincente in grado di rinnovare la leggenda di Merlino attraverso la lettura di testi antichi in gran parte inediti e delle rielaborazioni che ne sono state tratte nel corso dei secoli.

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Giudizio personale: 3/5

sabato 17 settembre 2011

Grandi speranze

Autore: Charles Dickens
Titolo originale: Great expectations

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Non so perchè, a parte Canto di Natale, avessi sempre messo da parte Dickens.
Forse a causa di giudizi come quello di Carlo Fruttero -di cui comunque comprendo il senso-, autore della nota introduttiva dell'edizione Einaudi, che prima di affermare che Dickens è un grande scrittore, dice che "la sua opera ricorda uno di quegli incredibili monumenti vittoriani [...] solo che oggi il passante sa che si tratta di mostruosità, di relitti irrecuperabili...".
E dopo questa premessa sono stata ancora più piacevolmente colpita dal romanzo.
Ciò che inizialmente mi è piaciuto molto, è stato il modo di raccontare l'infanzia di Pip -il protagonista-. L'autore, infatti, è riuscito a calarsi nei panni di un bambino, a vedere il mondo con i suoi occhi, e a giudicare gli adulti guardandoli forzatamente "dal basso in alto", come succede appunto ai bambini.
E questo non è un dono che possiedono tutti gli scrittori, i quali a volte fanno esprimere i piccoli personaggi come persone adulte, o sono completamente avulsi dal mondo dell'infanzia.
Riguardo la storia, potremmo dire che Grandi speranze è il racconto della crescita, sociale e sentimentale, di Pip.
Una crescita che sarebbe stata lineare e tranquilla, se non si fossero intromesse, nella vita e nella mente del ragazzino, proprio le "grandi speranze" del titolo.
Grazie ad un benefattore sconosciuto, il piccolo Pip comincia a coltivare l'illusione di poter uscire dal suo villaggio, di avere una vita diversa da quella che aveva immaginato, e, ammettiamolo, di diventare migliore di tutte le persone che lo circondano, comprese quelle che ama di più.
E' così che il ragazzo si trasferisce a Londra -per altro in un quartiere non certo signorile-, dove però, in realtà, non fa nulla per costruirsi un futuro. Aiuta il suo amico col quale divide il piccolo appartamento a crearsi una professione, ma per sé non fa nulla.
Sono solo le grandi speranze a farlo andare avanti, l'assegno che riceve periodicamente, questo sogno che lo ha imprigionato e, secondo il mio parere, rovinato.

Pip non è un protagonista che si fa amare. Da bambino forse ha qualche possibilità, ma credo che nessuno possa in seguito perdonargli lo snobismo che gli deriva da qualcosa che gli è stato concesso gratuitamente -e, scopriremo in seguito, per gratitudine- ed il modo in cui tratta l'uomo che lo ha amorevolmente cresciuto, Joe. Pip infatti si sente davvero superiore a chiunque abbia popolato il suo passato, eppure non lo è abbastanza per il grande dolore della sua vita: Estella, di cui è innamorato da ragazzino.
E il lettore non può amare nemmeno lei, che ci viene presentata come una piccola dal cuore di pietra, educata per far soffrire gli uomini, e solo nell'ultimo capitolo del romanzo possiamo forse averne compassione, quando la vita vera l'ha "piegata e spezzata" e l'orgoglio e la fierezza sono scomparsi per far posto alla tristezza e alla dolcezza.
Autrice di questo "piccolo mostro" è forse il personaggio più estremizzato della storia, Miss Havisham, che indossa da quarant'anni l'abito da sposa che non la vide mai andare all'altare, e che vive in una casa dove tutto si è fermato e non entra più la luce.
E' a lei che Pip crede per anni di dovere la sua fortuna, e una delle più grandi delusioni del protagonista, è proprio quella di scoprire che deve tutto ad un uomo che disprezza e che ha popolato di incubi e sensi di colpa le sue notti di bambino.
Facciamo così la conoscenza di Magwitch, che in principio ci infastidisce, ma che poi riusciamo ad apprezzare, ed il cui ultimo sorriso è uno degli elementi commoventi del romanzo, alla fine del quale, per una casualità forse troppo forzata, tutti o quasi i personaggi risultano legati gli uni agli altri.

E così come avrebbe fatto l'orgoglio di Estella in seguito, così le grandi speranze di Pip si schiantano contro la vita vera, e tutti i suoi anni passati assumono un nuovo significato visti da una prospettiva differente.
E' il crollo di tutto, il crollo di un sogno che poggiava sul nulla, la fine dello snobismo e del rispetto reverenziale da parte dei suoi vecchi concittadini.

Alla fine del romanzo, la crescita del protagonista è compiuta, tutti i suoi errori acquistano visibilità ai suoi occhi, e Pip finalmente prende in mano la sua vita.
E' come se chiunque occupasse finalmente il proprio posto sullo scacchiere della vita: Pip ed Estella si sono liberati dalla loro presunzione; Joe ha finalmente una famiglia da amare e da cui è amato; Wemmick -uno dei miei personaggi preferiti- accresce la sua felicità domestica; l'avvocato Jaggers continua a difendere la malavita londinese circondato dalla sua aura di superiorità, mentre i due outsider della storia, Magwitch e Miss Havisham, lasciano che siano le altre pedine, a continuare la partita.

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Retrocopertina: Comparso a puntate tra il dicembre 1860 e l'agosto 1861 sulla rivista "All the Year Round", Grandi speranze ha per protagonista un ragazzo di modeste origini, Philip Pirrip, detto Pip, incarnazione di quella figura dell'orfano che ha una parte così rilevante in tutta la narrativa di Charles Dickens.
Maltrattato dalla sorella, costretto a dure giornate di lavoro nell'officina del cognato, Pip grazie all'aiuto di un misterioso benefattore riesce ad abbandonare il villaggio natio e a trasferirsi a Londra.
Il denaro che lo sconosciuto gli offre, insieme alle buone maniere che il ragazzo in breve tempo impara, lo introducono in una sfera sociale elevata, tuttavia le "grandi speranze" che Pip nutre saranno destinate a scontrarsi con nuove avversità.

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Giudizio personale: 4/5


martedì 13 settembre 2011

Orgoglio e pregiudizio - Citazioni

" E' verità universalmente riconosciuta che uno scapolo largamente provvisto di beni di fortuna debba sentire il bisogno di ammogliarsi.
Per quanto poco si conoscano, di costui, i sentimenti e le intenzioni, fin dal suo primo apparire nelle vicinanze, questa verità si trova così radicata nelle teste delle famiglie circostanti che queste lo considerano senz'altro come la legittima proprietà dell'una o l'altra delle loro figliuole".


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" Se io volessi giudicare malamente i figli di qualcuno, non sarebbero mai i miei ".
(La signora Bennet al signor Bennet)

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" La felicità nel matrimonio è tutta questione di fortuna ".
(Charlotte Lucas a Elizabeth Bennet)

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" Ti sta davanti, Elizabeth, una brutta alternativa. Da oggi in poi diventi un'estranea per uno dei tuoi genitori; se non sposi il signor Collins, tua madre non ti vuol più vedere, e se lo sposi, sono io che non ti vorrò vedere più ".
(Il signor Bennet alla figlia Elizabeth)

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" Più conosco il mondo, più ne sono scontenta... ".
(Elizabeth Bennet alla sorella Jane)

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" Non devi, per amore di una persona sola, cambiare il significato universale delle cose... ".
(Elizabeth a Jane)

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" Vi sono abbastanza ufficiali per far rimaner male tutte le ragazze del paese ".
(Il signor Bennet a Elizabeth)

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" Sono ancora troppo inesperte delle cose di questo mondo e non sono ancora arrivate alla umiliante convinzione che i bei giovani devono avere di che vivere come i brutti ".
(Elizabeth alla zia Gardiner)

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" Li stette a sentire su per giù con lo stesso piacere con cui ascoltava il rumore della carrozza ".


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" Più si cerca d'intimidirmi e più ho coraggio ".
(Elizabeth al signor Darcy)

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" Le mie dita [...] non corrono sulla tastiera con la maestria che hanno molte, non hanno quella forza e agilità e non rendono lo stesso effetto, ma ho sempre immaginato che fosse per colpa mia, perchè non mi sono data la pena di studiare. Non è che creda le mie dita incapaci di un'esecuzione migliore ".
(Elizabeth a Darcy)


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" Ho lottato invano. Non ci riesco. Non posso reprimere il mio sentimento. Deve permettermi di dirle con quanta passione la ammiro e la amo ".
(Darcy a Elizabeth)

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" -E' una pura fortuna- pensava -che mi resti qualcosa da  desiderare-".
(Elizabeth)

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" I suoi pensieri erano tutti tesi a quel punto di casa Pemberley, qualunque fosse, dove in quel momento doveva essere il signor Darcy ".


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" Si aspettava da un momento all'altro di veder entrare alcuni dei signori e tra questi desiderava e temeva che fosse il padrone di casa, senza riuscire a definire se fosse maggiore il desiderio o il timore  ".


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" ...mai aveva sentito così chiaramente di poterlo amare, come ora che tutto l'amore era vano ".


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" Conficcato in lei il più acuto dei tormenti, il rimorso... ".


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" Ci sarà sempre tempo per sperare qualche cosa ".
(Elizabeth)

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" Eccoli confinati, per tutta la sera, a due tavolini diversi, senza altra speranza che quella che gli occhi di lui si rivolgessero nella sua direzione con tanta frequenza da farlo perdere al gioco quanto perdeva essa ".


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" ...del passato interessa solo quello che, a rammentarlo, dà piacere".
(Elizabeth)






domenica 4 settembre 2011

L'ombra cinese

Autore: Georges Simenon
Titolo originale: L'ombre chinoise

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Stampato nel 1932, L'ombra cinese si rivela molto più piacevole del primo romanzo avente come protagonista Maigret, ovvero La prima inchiesta di Maigret.
Questa volta il commissario deve occuparsi dell'assassinio di un uomo ucciso in un laboratorio che comunica con un palazzo.
L'elemento più degno di nota è proprio il microcosmo costituito dalla palazzina, con una interessante galleria di personaggi: un ex-ambasciatore e la moglie; una vecchia pazza che urla non appena la sorella la lascia sola  per origliare alle porte dei vicini; la signora Martin, prima moglie dell'assassinato, piena d'odio e di rancore sia verso il primo marito che verso il secondo, un rassegnato, trasandato e a tratti commovente signor Martin.

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Retrocopertina: Le dieci di sera. I cancelli del giardino al centro di place des Vosges erano chiusi; la piazza era deserta: solo le tracce lucide lasciate dalle macchine sull'asfalto e il canto ininterrotto delle fontane, gli alberi senza foglie e la linea monotona dei tetti che si stagliavano uniformi contro il cielo. Sotto i magnifici portici che cingono la piazza non più di tre o quattro negozi avevano ancora le vetrine illuminate. In uno di essi il commissario Maigret vide una famiglia seduta in mezzo a una gran quantità di corone mortuarie di perle finte.
Aveva appena oltrepassato il negozio di corone e stava cercando di leggere i numeri sopra le porte quando una figura minuta uscì dall'ombra.
"E' con lei che ho parlato al telefono poco fa?". Doveva essere un bel pezzo che stava lì ad aspettarlo. Malgrado il freddo di novembre, non si era nemmeno infilata un cappotto sopra il grembiule. Aveva il naso rosso e lo sguardo ansioso.

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Giudizio personale: 4/5

sabato 27 agosto 2011

C'è un cadavere in biblioteca

Autrice: Agatha Christie
Titolo originale: The body in the library

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Tempo fa lessi un racconto breve avente per protagonista la simpatica ed intuitiva Miss Marple, ed ero curiosa di leggere un'altra sua avventura in forma di romanzo.

Purtroppo in C'è un cadavere in biblioteca è in realtà la polizia a farla da padrona, mettendo in ombra la stessa Miss Marple.
Mi sarei aspettata più atmosfera e avrei preferito leggere più perle come questa: " St Mary Mead viveva la mattinata più eccitante che avesse mai conosciuto da tempo.
La signorina Wetherby, una zitella acida e dal naso lungo, fu la prima a propagare la sconvolgente informazione.
Si precipitò dall'amica e vicina signorina Hartnell.
"Scusa se vengo così presto, cara, ma penso che forse tu avresti piacere di sapere la notizia."
"Che notizia?" chiese la signorina Hartnell. Aveva una voce profonda e bassa e visitava infaticabilmente i poveri per quanto essi cercassero di sottrarsi alle sue premure.".

Ad ogni modo, la storia è molto piacevole, e l'identità dell'assassino non è facilmente prevedibile.

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Retrocopertina: St Mary Mead, una mattina come tante. Almeno fino a quando il colonnello Bantry e sua moglie Dolly vengono bruscamente svegliati da una cameriera terrorizzata, venuta ad annunciare che, nella biblioteca della villa, è stato trovato il cadavere di una sconosciuta in abito da sera, apparentemente assassinata. Nessuno degli abitanti della casa ha mai conosciuto la vittima, ma allora come spiegare il bizzarro ritrovamento? La polizia, subito interpellata, comincia le indagini, ma ancora una volta sarà la simpatica Miss Marple, con il suo occhio infallibile e la sua lucida capacità di far luce nei più tortuosi meandri dell¿animo umano, a risolvere il caso. Apparso per la prima volta nel 1942, C'è un cadavere in biblioteca è uno dei romanzi nei quali emerge maggiormente lo straordinario fascino di Miss Marple.
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Giudizio personale: 4/5

lunedì 22 agosto 2011

Un nuovo battito

Autrice: Jodi Picoult
Titolo originale: Change of heart

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Così come in Senza lasciare traccia, in questo romanzo Jodi Picoult si avvale di una narrazione corale, lasciando che siano i personaggi a raccontarci la storia, a turno, attraverso capitoli più o meno brevi.
La scrittura è meravigliosa come al solito, e già dopo le prime tre facciate ci si trova completamente catturati.
Anche qui troviamo molte pagine dedicate alla vita in cella, con personaggi a tutto tondo che ci fanno commuovere, arrabbiare, riflettere.

Protagonista è proprio uno dei detenuti, Shay, che porta nella storia un argomento scottante: la pena di morte.
Attraverso le vicende dei personaggi la scrittrice ci costringe a renderci conto di quanto questa sia una pratica terribile, e fa davvero orrore leggere dei dialoghi sull'impiccagione come se si trattasse della cosa più normale del mondo.
Altro personaggio interessante è padre Michael, che vede crollare quasi tutte le sue certezze, ed è assalito da dubbi e sensi di colpa.

Unica incrinatura, i supposti "poteri" di Shay, i quali, dopo una spiegazione razionale aspettata e credo indispensabile, ritornano come un'immagine pop-up in un finale teoricamente lieto ma amaro, in cui la Picoult ci chiede una ulteriore e non necessaria sospensione dell'incredulità.

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Quarta di copertina: Per Shay Bourne, il primo condannato a morte del New Hapshire, è cominciato il conto alla rovescia. Ma quando tutto sembra essere perduto, gli si presenta un'occasione di salvezza: la possibilità di compiere un gesto che potrebbe riparare al male compiuto dodici anni prima e riscattare, così, la sua esistenza... Padre Michael, che ha consacrato la vita a Dio, quando si trova faccia a faccia con Shay, è costretto a mettere in discussione tutto ciò che gli è stato trasmesso sulla religione, sul bene e sul male, sul perdono, ma soprattutto su se stesso.
Maggie Bloom, infine, avvocato in prima linea nella difesa dei diritti umani, è pronta a combattere perchè Shay possa esaudire il suo ultimo desiderio, anche se questo significherà affrontare una lunga battaglia in tribunale, e il rischio di svelare segreti che meglio sarebbe se rimanessero tali per sempre...
In questo romanzo, Jodi Picoult incanta e conquista ancora una volta i lettori con una storia potente e cruda, che ci racconta l'oggi e approda a un finale così realistico e sconcertante da restare stupefatti.

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Giudizio personale: 4/5

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Qui le citazioni dal testo


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Della stessa autrice:
- Intenso come un ricordo
- Senza lasciare traccia

giovedì 18 agosto 2011

Lucrezia Borgia

Autrice: Maria Bellonci

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Messo da parte lo stereotipo di donna crudele, tentatrice, corrotta e perversa -tanto da essere stata per secoli accusata di essere figlia, moglie e nuora del Papa-, Maria Bellonci -autrice del bellissimo Rinascimento privato- basandosi solo su documenti autentici, ci dipinge un ritratto il più fedele possibile di quella che dovette essere sul serio Lucrezia Borgia.
Unica figlia femmina di Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, fu a quanto pare amatissima dal genitore e dai fratelli, che non per questo evitarono di usarla come pedina di vetro sullo scacchiere politico, o, più spesso, come vittima sacrificale al fine di raggiungere i propri scopi.
Dal libro emerge così la figura di una ragazzina e poi di una donna estremamente legata alla famiglia, orgogliosa di farne parte, eppure contemporaneamente come persa in un mondo troppo grande, troppo lussuoso, troppo pericoloso.
Pericoloso, sì, perchè i Borgia non esitavano a compiere assassinii -e ad assassinarsi tra loro- pur di ottenere ciò che volevano.
E' così che una Lucrezia ancora giovane ma già sposata due volte, chiede -spera- di essere data in moglie a Ferrara, anche se questo significa lasciare Roma, due bambini amatissimi e il sogno di andare in quella Spagna da sempre dipinta come meravigliosa patria da Papa Borgia.
E' la voglia di allontanarsi dai giochi di potere, dall'immoralità, dall'egoismo, da quella famiglia adorata che non ha esitato a toglierle quello che è stato ipotizzato essere il suo primo vero amore, il secondo marito Alfonso di Bisceglie.
Perchè Lucrezia non riesce a disprezzarli, o almeno non per molto, e neanche ad allontanarsene, anche se ciò significa essere usata e calpestata.
Maria Bellonci ci racconta tutto ciò in poco meno di 600 pagine, senza inventare nulla -ponendosi qualche domanda, a volte, su quello che Lucrezia avrebbe potuto provare- ma, come già detto, affidandosi esclusivamente a documenti, per lo più lettere e registri.
Ricostruisce così minuziosamente gli ambienti, le feste, le cerimonie, ci elenca le pietre preziose possedute dalla duchessa (ultimo titolo di Lucrezia), il modo in cui venivano usati per farne gioielli, i tessuti utilizzati, i colori, le pettinature -e a questo proposito fa quasi sorridere ed è estremamente attuale la "rivalità" tra Lucrezia e la cognata Isabella d'Este-, i disegni per gli abiti, la moda di questa o quella corte.
Alla storia principale di Lucrezia se ne intrecciano inoltre mille altre, oltre a quelle degli innumerevoli Borgia -il Papa in primis, e poi Cesare, Giovanni, Jofrè, Angela-, delle dame di compagnia, dei poeti, di Sancha d'Aragona e Caterina Sforza, di figure altrimenti sconosciute, come quella di Dorotea, rapita il giorno del suo matrimonio, o quella di Barbara Torelli.
La lettura non è sempre semplicissima, ma val la pena di lasciarsi conquistare da questo libro, per immergersi nel XVI secolo e cercare di comprendere cosa e come fu la vita di una donna la cui memoria è stata molto spesso maltrattata.

Bellissimo il finale, nel quale l'autrice permette all'immaginazione di impadronirsi del testo:
"La poveretta va stentando" scrivevano i relatori.
Passa il 23; e trascorse il 24 giugno col suo sole allegro e chiaro avviato al giro consueto. Lucrezia si era quietata, pareva stesse ormai senza capire. Eppure, laggiù dove lei giaceva, qualche cosa doveva ancora arrivare a toccarla: era il colore del cielo di Subiaco, e si sentiva in basso rotolare l'Aniene, mentre al riso carnoso di Vannozza seguivano, scoccati, i baci materni dall'odor di vaniglia. Era il rosso della porpora cardinalizia abbagliato e vinto dal bianco trionfale della veste pontificia, e il gran viso di Alessandro VI tutto aperto alla luce d'agosto. Si componevano le volte ora finite e indorate dal pennello del Pinturicchio, tintinnavano vicini i campanelli del duca di Gandia, e s'incrociava, denso e periglioso, lo sguardo di Cesare Borgia.
Roma andava vaporando in una polvere rosea, di sera, mentre la campana del Campidoglio commentava ed esaltava i fasti borgiani. Forse a questo rombo che sembra arrivare da un tempo remotissimo, da un'eternità umana, con una voce che ha tanto di magia quanto di antica incuorante serenità, i terrori finivano di sbandarsi per dar luogo a una stanchezza lunga, filata, vicina alla pace. Era venuto il momento di non aver più paura. Lucrezia guardava in viso suo padre come al momento della loro separazione, quel nevoso mattino d'Epifania. E come allora sospirò appena, quando qualcuno disse che bisognava partire.
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Giudizio personale: 5/5

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Presunto ritratto di Lucrezia Borgia

La famiglia Borgia

Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia

Cesare Borgia

Giovanni Borgia

Jofrè Borgia

Presunto ritratto di Giulia Farnese (ma secondo i documenti la dama aveva capelli corvini)

Vannozza Cattanei

Angela Borgia

Alfonso I d'Este

Ippolito d'Este

Isabella d'Este

Francesco Gonzaga

Caterina Sforza

Carlo VIII re di Francia

Anna di Bretagna, moglie di Carlo VIII

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Links
- kleio, innumerevoli immagini di Lucrezia Borgia;
- kleio, innumerevoli immagini di Isabella d'Este;
- tanogabo, breve storia di Caterina Sforza ed alcune ricette di bellezza ideate da lei;
- castello di Gradara, breve storia della famiglia Borgia.

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Aggiornamento 13/04/2013

E' del 2011 la serie tv The Borgias, con Jeremy Irons nei panni di Papa Alessandro e Holliday Grainger in quelli di Lucrezia; Francois Arnaud è invece Cesare, mentre Lotte Verbeek è Giulia Farnese.


Che si tratti di un prodotto Showtime (The Tudors) è palese sin dai primi secondi della sigla:



La prima stagione è composta da nove episodi; prende le mosse dalla morte di Papa Innocenzo VIII -a cui seguirà l'ascesa di Rodrigo Borgia al soglio pontificio - e si conclude con la calata dei francesi nel Regno di Napoli e la nascita dell'Infante Romano.
E' una serie molto ben fatta e alquanto piacevole (alcune inesattezze storiche sono facilmente perdonabili, in quanto prodotto di intrattenimento), anche se mi hanno lasciata perplessa i personaggi del Papa e di Cesare Borgia. Il primo, infatti, sembra quasi perennemente stupito o assente, mentre il secondo non è - almeno non ancora - il mostro sanguinario di cui ci parla la storia. E' un personaggio scaltro, ma a suo modo positivo, e la prima volta che uccide un uomo, lo fa per amore...
Mi è piaciuto molto, invece, il modo in cui è stata resa Lucrezia, presentata come una ragazzina allegra e spensierata che deve poi crescere in fretta a causa del matrimonio con Giovanni Sforza.



Assenti, per il momento - e spero che si continui così - ogni riferimento alla leggenda di Lucrezia quale figlia, nuora, e amante del Papa, anche se alcune scene - soprattutto tra la ragazza e Cesare - sono state palesemente confezionate per essere viste, volendo, con occhio malizioso.