domenica 15 agosto 2010

La ragazza di giada

Autrice: Lisa See
Titolo originale: Peony in love

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[attenzione: SPOILER]

Ho comprato questo libro in tutta fretta, a causa di un viaggio imminente e di poco tempo a disposizione, e credevo di aver fatto male, perchè di punto in bianco la protagonista spira e la prima parte si conclude.
Mi sono chiesta se per caso si trattasse di una raccolta di racconti e non me ne fossi accorta, ma non era così... come avrebbe potuto continuare una storia, senza la sua protagonista?
Ho ripreso a leggere con scetticismo, e tutto è diventato chiaro: seguiamo la ragazza defunta, Peonia, nella sua vita nell'aldilà, fino alla consapevolezza di essere divenuta uno spirito famelico a causa di inadempienze da parte dei suoi familiari durante il funerale.
Peonia comincia così ad errare sulla terra, visita la casa natale, ma soprattutto il suo amato promesso sposo, Ren, cercando di fare il possibile per renderlo felice con la nuova moglie.
Distrutta dal fallimento, si rende però conto che uno spirito famelico non deve necessariamente apportare danno, bensì può operare per il bene di qualcuno.
Sceglie allora la piccola Yi, come lei colpevole solo di essere nata femmina, e si adopra affinchè la sua vita possa essere felice e piena d'amore.
La ragazza di giada è un romanzo molto interessante perché ci guida per mano attraverso la Cina del XVII secolo, facendoci conoscere il culto degli antenati, le credenze sulla vita dopo la morte, la superstizione permeante ogni aspetto della vita, il Cataclisma (cioè l'arrivo dei Manciù che portò alla caduta della dinastia Ming), il ruolo delle donne, considerate alla stregua di merce più infima del sale, ma anche contemporaneamente preziosissime, le loro battaglie nelle sale interne per la dignità e la sopravvivenza; gli scritti di migliaia di donne dati alle stampe, per lo più poesie, che trattavano di sentimenti, passioni e desideri; la scelta di molte, giovani fanciulle, di lasciarsi morire di fame, nella disperata ricerca di qualcosa su cui avere, per una volta nella vita, l'assoluto controllo.
Una piccola, preziosa miniera, dunque, per chiunque sia interessato ad una cultura così lontana dalla nostra.

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Quarta di copertina: Cina XVII secolo. La giovane Peonia, appartenente a una delle famiglie più in vista di Hangzhou, come ogni altra ragazza della sua età, è promessa in sposa a un uomo di cui non conosce nulla. Avvicinandosi il suo sedicesimo compleanno, il padre -che ha coltivato in lei l'amore per il sapere, la lettura e la scrittura- organizza nel giardino della loro villa la messa in scena dell'opera classica Il padiglione delle peonie, la cui trama sembra rispecchiare il destino della ragazza. L'opera, infatti, racconta di una fanciulla che si lascia morire per amore pur di non accettare un matrimonio combinato. Durante la rappresentazione, Peonia incrocia lo sguardo di un giovane di cui si innamora a prima vista, ed è ricambiata. Ma per lei il destino sembra essere inesorabilmente segnato, un destino che Peonia non può e non vuole accettare...
Sullo sfondo di una Cina all'indomani della caduta della dinastia Ming, Lisa See ci conduce in un lungo viaggio tra i tormenti della passione, regalandoci un romanzo d'amore di grande intensità in cui sentimenti estremi, quasi al limite della follia, si mescolano al mistero delle più antiche tradizioni cinesi.
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Giudizio personale: 4/5

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Approfondimenti/1 - I "loti d'oro"

Nel romanzo si parla molto dei "loti d'oro", i piedi fasciati delle donne, che potevano davvero essere decisivi per la loro vita; la stessa Yi, infatti, può contrarre un buon matrimonio perché lo spettro di Peonia ha convinto la madre della ragazza a fasciarle i piedi da bambina.
Ho voluto saperne di più ed ho fatto una piccola ricerca:

l'origine della tradizione di fasciare i piedi alle bambine è ancora sconosciuta, c'è chi parla della leggenda di una volpe che, volendo passare per umana, si fasciò le zampe; chi di un'imperatrice con i piedi deformi, la quale, per nascondere il suo difetto, obbligò il marito a rendere obbligatoria la compressione dei piedi; chi di un'usanza lanciata dalle danzatrici di corte. Ad ogni modo, i "loti d'oro" divennero ben presto un simbolo sociale; dalle classi nobiliari l'usanza si propagò presto alla borghesia, e persino al proletariato.
Il costume di fasciarsi i piedi, diffondendosi, assunse anche altri significati: rafforzavano il concetto di castità femminile e di relegazione nelle camere interne (una donna con i piedi fasciati, infatti, trovava l'incedere molto penoso; doveva muoversi solo attraverso piccoli passi, e appoggiandosi al muro, ad un bastone o ad altre persone). Nello stesso tempo la fasciatura rivelava la condizione economica di una famiglia: un uomo che aveva una moglie con i piedi fasciati provava a tutti che era abbastanza ricco da mantenere una donna con i suoi guadagni e che non aveva bisogno d’aiuto nei campi o nel negozio. Conseguentemente i piedi grandi, propri dell’altro sesso, erano indice di appartenenza ad una classe sociale povera.


Come si bendavano i piedi - La fascia, larga circa cinque centimetri e lunga tre metri, si applicava in questa maniera: se ne fissava un capo alla parte interna del collo del piede, veniva quindi fatta passare con forza sulle dita, a eccezione dell’alluce, in modo da ripiegarle sotto la pianta. L’alluce non veniva fasciato. Si passava poi strettamente la benda intorno al calcagno in modo che tallone e dita fossero ravvicinati il più possibile. Si ripeteva quindi il procedimento fino a totale utilizzazione della fascia.
Il piede delle fanciulle era soggetto a una forzata e continua pressione: lo scopo infatti non era solo quello di comprimerlo, ma anche di curvare le dita, di ripiegarle sotto la pianta e di riavvicinare la pianta stessa al tallone fino al limite del possibile.
Durante il processo la carne andava spesso in putrefazione, parti della pianta si squamavano e a volte cadevano una o più dita.
Il dolore persisteva per circa un anno e quindi diminuiva d’intensità, finché, verso la fine del secondo anno, i piedi perdevano ogni sensibilità e risultavano praticamente morti.

La forma desiderata - due piccolissime mezzelune - era raggiunta per mezzo di due operazioni: le quattro dita piccole venivano ripiegate e strette con le bende contro la pianta del piede, in modo da renderla più affusolata e, contemporaneamente, il piede veniva accorciato forzando l’alluce ed il calcagno l’uno contro l’altro, in modo che l’arco del piede assumesse una forma fortemente convessa (questo era possibile solo grazie all’elasticità dell’ossatura infantile). Con la crescita l’arco si rompeva, così come si fratturavano le falangi delle dita ripiegate. Di conseguenza, il piede poteva sopportare il peso del corpo soltanto sul tallone.
Se questo procedimento iniziava entro i primi anni di vita, l’esperienza della bambina era meno dolorosa che non nei casi in cui, soprattutto nelle famiglie contadine, essa veniva lasciata con i piedi intatti fino all’età di dieci - dodici anni, perché potesse aiutare più a lungo in casa e nei campi.

La fasciatura dei piedi comportava un tormento quotidiano, che sarebbe continuato per tutta la vita. Una volta deformati a piacere, i piedi bendati erano poco utili a stare in piedi. Privi della normale elasticità, erano un sostegno instabile e faticoso e, dato che il peso del corpo era trasferito tutto sui talloni, la persona doveva oscillare continuamente avanti e indietro per mantenersi in equilibrio.

I “fiori di loto” esigevano attenzioni quotidiane: bisognava continuamente lavarli e curarli; le unghie andavano tenute sempre ben tagliate, altrimenti potevano penetrare nella pianta del piede, e le bende potevano impedire la circolazione del sangue, provocando setticemia o cancrena.
I risultati raggiunti venivano esaltati indossando minuscole scarpine ricamate.

La fasciatura dei piedi sostituiva qualunque requisito nella scelta di una moglie, perché la sua portata andava ben oltre il mero fattore estetico. I piedi fasciati garantivano nella sposa il desiderio di compiacere il marito, capacità di sopportazione del dolore, coraggio e disponibilità a fare qualunque cosa per esaudire i desideri dello sposo. Erano il segno tangibile che il carattere della fanciulla era stato definitivamente domato, della sua incondizionata e permanente sottomissione.

Fonti: http://guide.supereva.it/cultura_cinese/interventi/2005/03/201252.shtml 
http://www.tuttocina.it/fdo/salice.htm

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Approfondimenti/2 - La tavoletta ancestrale

Nel romanzo, Peonia diviene uno spirito famelico perchè nè suo padre nè sua madre hanno completato la sua tavoletta ancestrale, nella quale si sarebbe dovuta rifugiare una delle tre parti in cui si era divisa la sua anima.

Le tavolette ancestrali erano lunghe circa una trentina di centimetri e recavano in grossi caratteri dorati la data di nascita e il nome del defunto, preceduta dalla formula: "Sede dello spirito di...".
All'esatto momento del decesso, si aveva immediatamente cura di portare, sulla tavoletta, delle macchioline di sangue sacrificale, nei punti che si supponevano corrispondere agli occhi e alle orecchie. Con questo gesto, si riteneva che lo spirito venisse a risiedere nella tavoletta.

Davanti a queste tavolette, innalzate su altari, si celebravano i riti, in certi giorni determinati, e in particolare alle feste del Qingming e del Zhongqiu, in primavera e in autunno.


Fonte: http://www.tuttocina.it/fdo/cultoantenati.htm

2 commenti:

Frannie Panglossa ha detto...

Ciao! Ho scoperto il tuo blog grazie a questo libro, vorrei comprarlo e sto cercando informazioni!
Sembra davvero molto bello e non sarebbe il primo di Lisa See che leggo! :P

Carmen ha detto...

@Frannie: Ciao! Spero di non averti rovinato la lettura, mi sono resa conto di aver "spoilerato" parecchio nella recensione... vorrei leggere anch'io qualcos'altro di Lisa See, "La ragazza di giada" è stato molto interessante... a presto! :)