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mercoledì 11 agosto 2021

Eroi - L'armata perduta

 
Autore: Valerio Massimo Manfredi

Romanzi compresi: Lo scudo di Talos; Le paludi di Hesperia; L'armata perduta

Lingua: italiano

Genere: romanzo di ambientazione storica

Prima pubblicazione: 2011 (raccolta); 2007 (L'armata perduta)


Eroi è una raccolta di tre romanzi scritti da Valerio Massimo Manfredi.

L'ultimo, L'armata perduta, è basato sull'Anabasi di Senofonte, e racconta l'avventura dei diecimila mercenari greci ingaggiati da Ciro il giovane allo scopo di sconfiggere il fratello Artaserse e diventare il nuovo Gran Re dei Persiani. 

L'impresa ebbe inizio nel 401 a.C. e vide fronteggiarsi l'esercito dell'Impero, molto più numeroso, e quello composto da spartani e asiatici che, pur riuscendo in un'impresa impossibile, dovette però considerarsi sconfitto una volta morto Ciro.
I Diecimila intrapresero, così, un'avventura altrettanto pericolosa e dall'esito altrettanto incerto, ovvero il ritorno a casa, reso difficile dai continui attacchi delle tribù selvagge, dall'esercito del Gran Re, e probabilmente anche dallo stesso stato di Sparta, che avrebbe forse ottenuto solo svantaggi dal ritorno degli uomini.
L'autore, infatti, inserisce nella storia l'ipotesi, presumibilmente corrispondente al vero, di un coinvolgimento di Sparta nell'impresa di Ciro. Coinvolgimento tenuto attentamente segreto con lo scopo di continuare i buoni rapporti con Artaserse, nel caso questi fosse uscito vincitore dalla battaglia.

La storia è narrata dalla giovane siriana Abira, che l'ha vissuta in prima persona avendo seguito l'uomo di cui si era innamorata, e riuscendo così a vivere avventure e visitare luoghi di cui le sarebbe stato impossibile fare esperienza se fosse rimasta nel proprio villaggio. 

Le scene di battaglia sono il punto forte della narrazione, di sicuro il mio preferito, anche se vi è qualche momento di stanca quando sembra che gli assalti delle tribù selvagge non facciano che ripetersi sempre allo stesso modo. Interessantissima anche la questione politica dietro a tutta la faccenda.
Mi è piaciuto molto leggere della vita nell'accampamento, delle interazioni tra i soldati, del loro coraggio e delle loro fragilità.
Ho anche apprezzato il fatto che, in un romanzo scritto da un uomo, è più volte sottolineato come gli uomini stessi tendano ad ignorare l'intuito e l'intelligenza delle donne, che potrebbero invece aiutarli nelle situazioni più difficili.

Le mie uniche rimostranze riguardo a questo romanzo, che credo sia il migliore tra i tre raccolti in Eroi, sono il linguaggio utilizzato, che risulta chiaramente troppo elevato per una ragazza ignorante qual è la narratrice Abira, e il finale da fiaba, che stride con il carattere più realistico e avventuroso della storia (e che è in un certo senso "preparato" dal comportamento dell'amato Xeno nei confronti di Abira).


Eroi è un'ottima raccolta per chi ama il romanzo di ambientazione storica. Le tre opere contenute sono molto dissimili e riescono a soddisfare le diverse inclinazioni dei lettori. 
Lo scudo di Talos è infatti un romanzo di formazione, ma anche la storia della liberazione di un popolo da secoli oppresso, che si fonde con la leggenda e un pizzico di fantasy; Le paludi di Hesperia hanno un sapore epico, immaginando cosa sia successo agli eroi di ritorno dalla guerra di Troia; L'armata perduta, infine, è il racconto avventuroso di un'impresa impossibile portata avanti da uomini coraggiosi.

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La copertina: ottima la scelta del grigio che vira ora al bianco, ora al rame, ora al verde, interrotto dal rosso dell'elmo. Bellissima l'illustrazione.

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Trama: Una delle più epiche avventure dell'età antica: la lunghissima marcia, attraverso incredibili pericoli e peripezie, che diecimila mercenari greci dopo la disfatta del principe persiano Ciro, sotto le cui insegne si erano battuti, contro il fratello Artaserse alle porte di Babilonia - compiono per tornare in patria. È l'impresa gloriosa e tragica documentata nel IV secolo a.C. da Senofonte nell'Anabasi, che proprio Valerio Massimo Manfredi ha studiato e tradotto negli anni '80. Ma in questo romanzo le atrocità della guerra e l'eroismo di ogni soldato, il fasto e le crudeli bizzarrie della corte persiana, le insidie di una natura selvaggia e le amicizie più indissolubili sono narrate in una prospettiva completamente inedita: dalla voce di una donna, la bellissima siriana Abira, che per amore di Xenos lascia ogni cosa e condivide il destino dei Diecimila. Attraverso gli occhi di Abira, le donne diventano le protagoniste della grande Storia.

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Rating: 4/5

domenica 25 luglio 2021

Eroi - Le paludi di Hesperia


Autore:
 Valerio Massimo Manfredi

Romanzi compresi: Lo scudo di Talos; Le paludi di Hesperia; L'armata perduta

Lingua: italiano

Genere: romanzo di ambientazione storica

Prima pubblicazione: 2011 (raccolta); 1994 (Le paludi di Hesperia)


Eroi è una raccolta di tre romanzi scritti da Valerio Massimo Manfredi.

Nel secondo, Le paludi di Hesperia, l'autore immagina gli eventi occorsi nei poemi perduti del ciclo troiano, in particolare il ritorno a casa degli Atridi Agamennone e Menelao dopo la guerra di Troia, e il viaggio intrapreso da Diomede una volta appurato che, a causa della congiura delle regine, egli e i suoi soldati non hanno più un posto nel proprio regno.

Ed in effetti soprattutto la prima parte del romanzo ha un sapore epico, quando ci vengono narrati gli eventi riguardanti i vari uomini che combatterono la sanguinosa guerra e i "veri" motivi della stessa, mentre mi è sembrato avventuroso, corale, pieno di intrighi quando l'azione si sposta su Agamennone e il suo destino.

La maggior parte della storia si focalizza tuttavia sul viaggio di Diomede, che vaga, soffre, chiede sacrifici enormi ai propri uomini, e non riesce a raggiungere un luogo in cui stabilirsi e trovare finalmente pace. I territori in cui erra, l'Hesperia, ovvero l'Italia, sono inospitali, cupi, lo rifiutano come se fossero senzienti, e sotto un malvagio incantesimo.

Il pellegrinaggio di Diomede e i suoi fallimenti rendono chiaro quanto la guerra di Troia - e, per esteso, tutte le guerre in generale - sia stata inutile, cruenta, crudele. È lampante quanto Diomede non sia - o non sia più - un eroe, ma un uomo allo sbando, così come i suoi uomini si sentono persi, senza una patria o un futuro. Perché con quell'insulsa guerra il tempo degli eroi si è definitivamente concluso.

Il finale della storia potrebbe sembrare affrettato e lasciare perplessi, ma è forse l'unico possibile, visto il materiale di base. Purtroppo mi ha deluso la verità riguardante Elena di Troia.

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La copertina: ottima la scelta del grigio che vira ora al bianco, ora al rame, ora al verde, interrotto dal rosso dell'elmo. Bellissima l'illustrazione.

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Trama: Il lutto e il dolore funestano il ritorno degli Achei dopo la caduta di Troia. Su Aiace Oileo si abbatte l'ira di Poseidone; Agamennone muore per mano di Egisto e Klitemnestra; Ulisse deve affrontare interminabili peregrinazioni. E Diomede, tradito e odiato dalla moglie, è costretto a fuggire da Argo e a cercare nelle inospitali regioni di Hesperia una nuova patria per sé e per i suoi fedeli seguaci. Avversità naturali e uomini selvaggi non danno tregua agli stanchi guerrieri. Fino a quando Diomede non si trova ancora una volta di fronte a Enea e ingaggia con lui l'ultimo duello. Ma la conquista della pace e di un nuovo regno non impediscono che si compia la tragedia dell'ultimo eroe omerico... 
Valerio Massimo Manfredi trae ispirazione per questo romanzo poderoso e affascinante dai miti e dalla satira, dalle opere di Omero e di altri antichi cantori. Le paludi di Hesperia narra l'ultima, epica avventura di Diomede, quella che segna il tramonto della gloria degli Achei e annuncia la nascita di un nuovo mondo.

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Rating: 4/5

sabato 24 aprile 2021

Eroi - Lo scudo di Talos

 
Autore: Valerio Massimo Manfredi

Romanzi compresi: Lo scudo di Talos; Le paludi di Hesperia; L'armata perduta

Lingua: italiano

Genere: romanzo di ambientazione storica

Prima pubblicazione: 2011 (raccolta); 1992 (Lo scudo di Talos)


Eroi è una raccolta di tre romanzi scritti da Valerio Massimo Manfredi.

Il primo di essi, Lo scudo di Talos, è la storia di un ragazzo che, abbandonato dai genitori spartiati a causa di un difetto anatomico ad un piede, viene salvato da Kritolaos, un ilota che lo alleva come proprio nipote.
Gli iloti sono un popolo da secoli assoggettato agli spartiati. Vivono come schiavi, senza mai dimenticare, tuttavia, il proprio passato di gente libera. Talos cresce ascoltando i racconti di Kritolaos su quello che crede essere il popolo a cui appartiene, e ben presto comprende che il nonno, ed egli stesso, potrebbero fare la differenza per il destino degli iloti...

La prima parte de Lo scudo di Talos non si può definire originale: è la "classica" storia del ragazzo che, nonostante le proprie limitazioni, è destinato a grandi cose.
Comincia invece a diventare interessante quando il focus si sposta sulle battaglie, e il ritmo si fa più serrato.

Mi è piaciuta molto la caratterizzazione del protagonista una volta conosciute le proprie origini, la resa della perdita del senso di appartenenza e del suo sentirsi smarrito, perennemente diviso.
Commovente il personaggio di Kritolaos, anche lui "classico" esempio di vegliardo saggio, detentore della storia e custode di grandi segreti da trasmettere al ragazzo designato.
Tasto dolente, invece, le donne. Che in una storia del genere ve ne siano pochissime, è ancora comprensibile, che siano quasi totalmente prive di parola, no. La madre adottiva di Talos è poco più di un'ombra che sbriga le faccende all'interno della casa; non ha più spessore la madre biologica, mentre Antinea esiste solo in funzione del protagonista.

Lo stile è semplice pur servendosi spessissimo di termini specifici; bella l'onomatopea "Thanatos, Thanatos, Thanatos", che sta ad indicare ad un tempo il rumore degli zoccoli di un cavallo al galoppo, e la sensazione del protagonista che stia per sopraggiungere la morte; forse troppo moderni i dialoghi, ma questa è un'impressione che ricevo ogni volta che leggo un romanzo di ambientazione storica.
Notevole la resa dell'anelito alla libertà di un popolo  - quello degli iloti - che non si spegne nemmeno dopo più di cento anni.
Suggestivo il finale.

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La copertina: ottima la scelta del grigio che vira ora al bianco, ora al rame, ora al verde, interrotto dal rosso dell'elmo. Bellissima l'illustrazione.

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Trama: Talos, lo storpio, è cresciuto tra gli iloti. Pastore tra i pastori. Brithos, l'intrepido, è stato allevato per essere guerriero. Nobile tra i nobili. Due fratelli separati in nome della legge più crudele di Sparta. Ma per vie tortuose il fato li riavvicina, li schiera fianco a fianco nella lotta contro gli invasori persiani. Atene e Sparta, la gloriosa vittoria di Maratona e l'eroico sacrificio delle Termopili: la grande storia dei greci fa da cornice a una splendida e tormentata storia familiare. Un romanzo di passioni politiche e di affetti, di coraggio e di avventura. Un libro per rivivere il tempo degli dei e degli eroi.

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Rating: 4/5

giovedì 3 dicembre 2020

La custode dell'ambra


 Autrice: Freda Lightfoot

Lingua: italiano

Titolo originale: The amber keeper

Genere: romanzo di ambientazione storica

Prima pubblicazione: 2016



Anni Sessanta del Novecento, Inghilterra. Dopo la morte della madre, Abbie torna a casa dalla Francia con la sua bambina, ma i rapporti con suo padre non sono più quelli di un tempo, e tra lei e il fratello è guerra aperta. Mentre cerca di riportare in sesto il negozio di gioielli della madre prima che la sua famiglia possa sbarazzarsene, la donna riesce a fare in modo che la nonna Millie le racconti la propria storia.
Siamo così catapultati nella Russia di cinquant'anni prima, in cui una giovanissima bambinaia si ritrovò a vivere alla mercé di una padrona malvagia e volubile, e ad assistere alla Rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre il volto di quel paese...

Posso affermare senza ombra di dubbio che La custode dell'ambra è il romanzo più brutto che abbia letto negli ultimi anni.

Innanzitutto, lo stile è pessimo. Frasi come: "La sua semplice vista mi faceva squagliare" e "... era proprio il tipo di uomo per cui le donne sbavano" non fanno che ripetersi. E se è vero che si tratta di una traduzione, è anche vero che il testo originale non può essere troppo lontano da questo orrore. 
Ancora, non ho potuto fare a meno di ignorare la frase: "... arrivò la nutrice, una donna di cuore che doveva senza dubbio essere madre.", che sembra scritta da qualcuno che non sa minimamente come sia fatto il corpo umano e come funzioni. Per assolvere al compito di nutrice, una donna deve necessariamente essere madre...


I dialoghi sono mal scritti, forzati e non adeguati alle epoche in cui sono ambientate le storie di Millie ed Abbie. 
Alcune occasioni tendono a ripetersi; ad esempio, innumerevoli volte la bambinaia discute con la padrona, la contessa Olga, ed altrettante volte, dopo aver peggiorato la situazione con il proprio comportamento, dice a se stessa che avrebbe fatto meglio a tacere.
La storia in alcuni punti si contraddice, come quando, dopo un lungo periodo in cui, in Russia, la famiglia per cui lavora Millie e tutta la servitù non ha quasi nulla da mangiare, si riesce ad organizzare una "cena grandiosa" per un ballo, a cui sono invitati molte personalità di spicco.
Le storie d'amore delle due protagoniste non emozionano per nulla, e ad un certo punto la trama diventa molto prevedibile.

Riguardo ai personaggi, definirli monodimensionali è anche troppo. Millie ed Abbie non suscitano simpatia, mentre la Contessa Olga non sarebbe adatta nemmeno a fare da cattiva in un cartone animato, in cui ormai nessun personaggio è così estremamente malvagio ed egoista, del tutto privo di zone grigie. Il suo travestimento allo scopo di seguire Millie è la ciliegina sulla torta di una storia che non fa altro che diventare sempre più ridicola. 

Unica nota positiva, l'ambientazione del racconto della nonna, quella Russia che, in un periodo relativamente breve, si vide scossa sin dalle fondamenta.
In altre mani, raccontata in un modo diverso, la storia avrebbe potuto essere piacevole, forse anche commovente ed emozionante. Peccato.


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La copertina: ben fatta, ma non memorabile.

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Trama: Ambientato sullo sfondo della Russia rivoluzionaria, La custode dell’ambra è una travolgente storia di gelosia e vendetta, riconciliazione e perdono.

Nell'Inghilterra degli Anni Sessanta, nel Lake District, la giovane Abbie Myers fa ritorno a casa dopo aver saputo della morte della madre. Da molti anni in cattivi rapporti con i membri della sua turbolenta famiglia, scopre sgomenta che imputano a lei la colpa della tragedia.

Determinata a saperne di più sul passato di sua madre, Abbie si rivolge alla sua adorata nonna Millie alla ricerca di risposte. L'anziana donna le racconta il proprio passato, e Abbie si lascia trasportare nell'impero russo del 1911, con la sua magnificenza, e si lascia ammaliare dai racconti della vita di sua nonna come bambinaia e dalle vicende della rivoluzione che esplose in quel periodo.

Mentre cerca di riconciliarsi con la sua famiglia e di assicurare un futuro a lei e a sua figlia, Abbie si accorge che le ripercussioni degli eventi del passato minacciano di distruggere la fragile pace che sta cercando di creare.

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Rating: 1/5

mercoledì 30 ottobre 2019

Come il vento tra i mandorli



Autrice: Michelle Cohen Corasanti

Lingua: italiano

Titolo originale: The almond tree

Genere: drammatico / fiction storica

Prima pubblicazione: 2012




Questo romanzo è un continuo pugno nello stomaco.
Comincia con la morte di una bambina, continua con una famiglia costretta a lasciare la propria casa e la propria terra, e prosegue con altre morti e ingiustizie, tanto che, durante i primi capitoli, mi sono chiesta se volessi davvero proseguire con la lettura.
E sono felice di averlo fatto. Perché Come il vento tra i mandorli permette di capire cosa accadde, a partire dagli anni cinquanta del Novecento, tra ebrei e palestinesi, cosa significò per innumerevoli famiglie arabe perdere affetti, ricordi e fonti di sostentamento.
Perché una storia, pur se inventata, può aiutare a comprendere gli eventi molto più di qualche scarno paragrafetto presente sui libri di storia.

Protagonista è Ichmad, che, all'inizio del romanzo, è solo un bambino che vede il proprio mondo devastato da qualcosa che non riesce a spiegarsi, e si ritrova a capo di una famiglia sempre più povera, disperata, e piena di odio e rancore nei confronti degli ebrei. Suo punto di riferimento è il padre, che, seppur ingiustamente arrestato, lo sprona a seguire i suoi sogni e a mettere da parte ogni risentimento ed astio.

Pur se punteggiata da disgrazie - e forse quella di Nora l'autrice avrebbe potuto risparmiargliela - la
vita di Ichmad è quindi votata alla tolleranza, alla speranza e alla volontà di spezzare la catena di odio che soffoca i due popoli.

L'ultima parte della storia, ambientata nel 2009, ci mette di fronte alle condizioni della popolazione della striscia di Gaza, e alla totale mancanza di prospettive e speranze per il futuro dei suoi giovani - per cui l'arco narrativo del nipote di Ichmad è facilmente prevedibile, ma lascia anche il lettore con un gran senso di impotenza -.

Di sicuro uno degli aspetti migliori del romanzo è il rapporto tra Ichmad e il suo insegnante ebreo, che ci mostra come l'amicizia tra popoli diversi possa essere possibile e che in fondo, anche quando tutto sembra irrimediabilmente distrutto, l'umanità è capace di riportare alla luce quella speranza data ormai per scomparsa.

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La copertina: molto belli i fiori e il contrasto tra il loro colore tenue e quelli più forti degli abiti del bambino.

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Quarta di copertina: Palestina, metà degli anni cinquanta. Mentre il conflitto arabo-israeliano infiamma, Ichmad, dodici anni, un talento non comune per la matematica e un'ammirazione sconfinata per Albert Einstein, scopre per la prima volta cosa siano la violenza e la paura. La sua famiglia viene costretta dall'esercito israeliano a trasferirsi in un misero fazzoletto di terra rallegrato soltanto da una pianta di mandorlo, unica fonte di sostentamento e ristoro. Ma i problemi non sono finiti: quando il padre di Ichmad viene imprigionato con l'accusa di aver nascosto delle armi, spetta al primogenito prendersi cura della madre e dei fratelli. Ichmad deve trovare un lavoro, e in fretta. Suo unico conforto, il mandorlo in fondo al giardino. Anno dopo anno, ingiustizia dopo ingiustizia, i suoi fratelli soccombono all'odio verso Israele, invece Ichmad lotta per dare un senso a ciò che lo circonda e, grazie alla sua intelligenza matematica, vince una borsa di studio per l'università. Intanto il mandorlo resta lì, in fondo al giardino d'infanzia. Mentre la Storia fa il suo corso. Mentre Ichmad, ormai adulto, riesce a emigrare negli Stati Uniti nonostante l'opposizione della famiglia. Mentre capisce cosa siano l'amore e il lutto, la rabbia e il perdono. E, riappropriandosi delle proprie radici, finalmente ricomincia a sognare.

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Giudizio personale: 5/5

domenica 30 luglio 2017

La 19a moglie

Autore: David Ebershoff
Lingua: italiano
Genere: romanzo / storico / giallo
Prima pubblicazione: agosto 2008

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Era dai tempi di Big love, la serie tv della HBO incentrata su una famiglia poligama americana, che volevo leggere questo romanzo.
Si tratta di una narrazione corposa e molto particolare, che, almeno inizialmente, viaggia su due binari paralleli.

Il primo segue la storia di Ann Eliza Young, una donna realmente esistita che, nel 1873, chiese il divorzio da Brigham Young, secondo profeta dei Santi degli Ultimi Giorni, di cui era una delle innumerevoli mogli (a seconda del criterio di conteggio utilizzato, la 19a, o la 27a, o la 52a). Il suo gesto provocò un grande scossone all'interno della comunità mormone dell'epoca, e fece conoscere a tutti gli Stati Uniti l'esistenza del matrimonio plurimo e la condizione delle donne all'interno di esso.
Per raccontarci di lei, l'autore utilizza stralci della vera biografia della donna, documenti di archivio, pagine di Wikipedia, articoli di giornale e così via.
Ann Eliza Young
La storia è naturalmente romanzata, e non saprei dire quanti e quali di quei documenti siano effettivamente veri, ma, pur non trattandosi di un saggio, è piuttosto interessante e informativa, e l'autore è molto bravo nel narrare come la Chiesa dei Santi sia passata dall'essere una religione basata sull'amore, ad uno stile di vita fondato sulla sottomissione e schiavitù femminili.

Il secondo "binario" del romanzo segue invece una vicenda mystery ambientata ai giorni nostri. A narrare è la voce di Jordan, un ragazzo scacciato anni prima dalla comunità mormone poligama in cui era cresciuto, che cerca di far luce sull'omicidio del padre, di cui è accusata proprio la sua stessa madre, una tra le decine di mogli dell'uomo.
In questa parte del romanzo ci viene descritta la vita in un compound di poligami, l'orrore subito dalle donne e dalle ragazzine, molte delle quali, rese cieche dalla fede, dall'ignoranza e dall'indottrinamento, o anche solo dalla paura di una vita diversa, non accettano aiuti esterni né tentano di sottrarsi al giogo dei loro uomini.

Nella prima metà del romanzo, la storia di Eliza è quella che mi ha preso di più, tanto che non vedevo l'ora che il racconto di Jordan terminasse per tornare nel XIX secolo. Nella seconda metà, invece, è successo il contrario, anche se alcuni eventi ambientati nel nostro tempo mi sono sembrati un po' tirati per i capelli.


La 19a moglie è un romanzo che, nonostante la sua mole - più di 700 pagine - si divora in fretta e riesce a raggiungere diversi scopi: non solo intrattiene, ma insegna molto su una religione spesso sconosciuta, sulla sua nascita, le sofferenze dei suoi fedeli, l'aberrazione del matrimonio plurimo; fa riflettere sulla condizione femminile, sul potere dell'indottrinamento, sul coraggio di voler cambiare e sulla paura di essere liberi.

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Quarta di copertina: Questo straordinario romanzo racconta due storie parallele di poligamia. 
La prima si svolge in una setta religiosa nelle aride distese dello Utah, dove torbidi misteri si nascondono dietro l'apparente armonia di una famiglia in cui convivono più di venti mogli. Quandoil giovane Jordan, cacciato anni prima dalla comunità, scopre che la madre è accusata dell'omicidio del padre, decide di tornare nei luoghi della sua infanzia, determinato a conoscere la verità.
La seconda storia, che cresce come un fiume in piena per intrecciarsi alla prima, è quella di Ann Eliza, una donna che a fine Ottocento vide la madre accogliere una seconda moglie nel letto di suo marito, seguita da una terza e una quarta, sempre più giovani e pretenziose. Un destino a cui Ann Eliza si ribella, punita per questo suo gesto dal marito, leader e profeta della Chiesa mormone.
Tra crime story e romanzo storico, questo bestseller internazionale indaga con grande originalità il misterioso potere della fede.

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Giudizio personale: 5/5

martedì 23 dicembre 2014

Roma in fiamme

Autore: Franco Forte

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Il nome Nerone mi fa venire alla mente la figura di un imperatore nelle vesti di citaredo, che suona il suo strumento mentre, sullo sfondo, Roma brucia. Scena che, quasi sicuramente, non si è mai verificata nella realtà, come molte altre azioni attribuite all'ultimo sovrano della dinastia giulio-claudia, dalla fama di imperatore pazzo e sanguinario.

Di sicuro Nerone si macchiò di crimini orribili - non così inconsueti, nella storia dell'Impero -, ma ebbe anche innegabili meriti, quale proprio la ricostruzione di Roma dopo il terribile incendio del 64 d.C.

In questo romanzo Franco Forte tende a sottolineare appunto questi ultimi, tanto che il libro avrebbe potuto intitolarsi "In difesa di Nerone", piuttosto che Roma in fiamme. Ma ciò non è un male, perché anche se ho provato tenerezza per quel ragazzino incompreso che avrebbe tanto voluto essere un artista di fama, o per quell'uomo che vuole rifiutare i premi ai giochi greci perché in fondo sa di non averli meritati, l'autore comunque non bypassa gli aspetti peggiori del carattere dell'imperatore, né nasconde le sue azioni crudeli, permettendoci di farci un'idea meno semplicistica di questo controverso personaggio.

La storia comincia nel 54 d.C., quando Nerone ha sedici anni e sua madre Agrippina sta complottando l'omicidio del marito, nonché zio, Claudio, e termina nel 68 d.C., con la morte di Nerone stesso.

La storia è interessante, mi piacciono le descrizioni dello stile di vita romano ai tempi dell'Impero, nonché quelle dei personaggi, come Tigellino, crudele e sanguinario, e Seneca, con cui l'autore è poco clemente. Siamo resi partecipi dei dubbi, delle paure, degli incubi dell'imperatore, lo osserviamo nel suo complicato rapporto con l'ambiziosa madre e nei pochi, dolci momenti passati con la figlioletta. Inoltre ho apprezzato molto la descrizione del popolo romano, quella folla avida di sangue e spettacoli, che pure amava - riamata - il suo imperatore.

Tuttavia il romanzo non mi ha mai catturato, ed ho impiegato molto tempo per terminarlo.
Ciò che mi è piaciuto meno è stata la sensazione che i vari eventi non fossero ben amalgamati, e che la storia si componesse piuttosto di tanti piccoli "quadretti" posti l'uno accanto all'altro.
Mi avrebbe interessato, per esempio, conoscere lo sviluppo di alcune questioni politiche di cui si parla, o sapere che fine abbia fatto Atte dopo la morte di Poppea. E' invece tutto funzionale al protagonista Nerone: qualsiasi evento o personaggio sono raccontati solo se toccano l'imperatore, poi spariscono d'improvviso e non se ne sa più nulla, lasciando purtroppo una sensazione d'incompiutezza e discontinuità.

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Quarta di copertina: Nessun personaggio storico è stato più misterioso, affascinante, temuto e odiato di Nerone. E forse nessuno è apparso più controverso. Raggiunto il potere per merito della madre Agrippina, che uccise il marito Claudio per fare posto al figlio, Nerone nei primi anni del suo impero dà corpo alle speranze che lo vogliono pronto a diventare, sotto la guida del filosofo Seneca, un saggio imperatore. Ma il suo destino vuole altrimenti e in breve le ombre del suo carattere emergono con violenza, fino al grande incendio di Roma, di cui si vocifera sia il mandante.
Con passione e competenza, Franco forte illumina di una luce nuova il personaggio di Nerone restituendoci, con la vividezza dei migliori romanzi storici, un indimenticabile racconto dell'imperatore che si credeva Apollo.
E, sullo sfondo, dipinge fin nei dettagli più minuti una Roma imperiale animata da pulsioni, passioni, intrighi, nel periodo di crescita più contraddittoria, ma anche più spettacolare, nella storia dell'Urbe.

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Giudizio personale: 3/5

sabato 10 dicembre 2011

Il mandolino del Capitano Corelli

Autore: Louis De Bernieres
Titolo originale: Captain Corelli's mandolin

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Il mandolino del Capitano Corelli è una storia bellissima, e l'ho considerato uno dei migliori libri che avessi mai letto... fino a un certo punto.
Ma andiamo con ordine.
Siamo a Cefalonia, un'isola greca in cui la vita scorre semplice; c'è un uomo non laureato, il dottor Iannis, che fa da medico a tutti; c'è sua figlia, Pelagia, bella e troppo intelligente; c'è una galleria di personaggi indimenticabili, come Stamatis, che ha vissuto per tutta la vita sordo a causa di un pisello nell'orecchio, e che, una volta liberatosene, chiede al medico di rimetterlo al suo posto, perchè sente troppo la moglie che lo tormenta; ci sono, infine -e purtroppo- due uomini folli di nome Adolf Hitler e Benito Mussolini, artefici di una guerra orribile e sanguinosa, la cui pazzia sta per fagocitare anche Cefalonia e i suoi abitanti.
E' così che sull'isola sbarca l'esercito italiano e il Capitano Corelli, innamorato della musica e del suo mandolino, ed ha inizio una storia d'amore e di guerra appassionante ed a tratti commovente.

Il dottor Iannis tenta di scrivere una "Storia di Cefalonia", ed i brani del suo libro incompiuto sono davvero molto belli, intensi ed ironici, e fanno venir voglia di conoscere meglio la storia dell'isola.
Il secondo capitolo, intitolato "Il Duce", è un ritratto di Mussolini che da solo varrebbe la lettura del libro, e che avrei volentieri trascritto, se solo fosse stato più breve. In esso l'autore riesce a mettere in risalto l'egocentrismo dell'uomo, la sua superficialità, le sue menzogne e le contraddizioni delle sue affermazioni. Al duce si riferisce anche il capitolo 35, "Un opuscolo distribuito sull'isola e intitolato con il motto fascista ^Credere, obbedire, combattere!^ ", un pamphlet contenente un'ironica storia di Mussolini. In esso vediamo come la presunzione e l'egocentrismo di un ometto, costi la vita a migliaia di persone, sofferenze a nazioni intere, e come la pace venga barattata per una guerra inutile e ingiusta. C'è da dire che, purtroppo, l'opuscolo risulta, a tratti, ancora molto attuale.
Altri capitoli meravigliosi sono quelli che hanno per titolo "L'omosessuale"; soprattutto la prima lettera è molto toccante e commovente, così come si rivelerà la storia e la fine dell'uomo che l'ha scritta, che incontreremo nel corso della storia e a cui avremo occasione di affezionarci.
La storia ci avvicina naturalmente anche al mondo di Cefalonia, non solo descrivendoci le sue bellezze naturali, ma anche il modo di vivere dei suoi abitanti. Vediamo così che un uomo forzuto, Velisarios, ed un vecchio cannone, possono rivelarsi un'attrazione imperdibile, e che la festa del Santo -molto ben descritta- unisce credenti e non, e regala al paese miracolose guarigioni.
Ma non ci sono solo bellezze e folklore: come in molte altre parti del mondo, la condizione delle donne a Cefalonia non è delle migliori. Esse sono destinate ai lavori di casa, a viziare gli uomini, a discutere di cose importanti solo con le altre donne e in assenza degli uomini e, cosa peggiore, da vedove vengono mal viste dalla comunità, come se non avessero il diritto di sopravvivere al marito, e la loro unica assicurazione contro una vecchiaia indigente e spaventosa, consiste nell'avere figli maschi.

Il mandolino è tuttavia, oltre che una storia d'amore, una storia di guerra, irrazionale e crudele.
Credo che il lettore italiano sia molto impressionato dalle descrizioni dell'autore sulle condizioni dell'esercito italiano, mandato a combattere senza adeguati equipaggiamenti (nel capitolo 17 leggiamo: " Siamo ridotti a mille unità con quindici mitragliatrici e cinque mortai")e spesso soggetto a ordini assurdi. La disorganizzazione è imperante, e fa male leggere dei tanti tradimenti perpetrati a danno dei soldati dell'Italia, anche da chi avrebbe dovuto occuparsi del loro destino e li ha invece mandati a morire per inettitudine o a scopi strategici.
Vi sono, nell'esercito, molti uomini giusti che non sono d'accordo con la guerra ("Non detestiamo i greci, li combattiamo per ragioni oscure e senza onore"), e una volta che non bisogna più combattere per Benito Mussolini, tanti sono gli atti di eroismo.
Una volta andati via gli italiani, "cala" su Cefalonia l'esercito tedesco, e gli orrori non si contano. Orrori che vengono poi ripresi dagli andartes, greci che compiono azioni atroci e illegali ai danni dei loro stessi compatrioti, ed è triste vedere come ciò cambi il dottor Iannis, che non aveva mai perduto la bonomia e l'ironia ("In passato avevamo i barbari da accusare, adesso abbiamo solamente noi stessi").
Molte altre sarebbero le cose da dire su questo libro, accenno qui solo alla toccante scena della madre che rinnega il figlio nel capitolo 63, alla breve e tenera descrizione che fa Pelagia della sua infanzia col padre, e alla simpatia un pò folle di Corelli, che ad un tedesco che con la mano tesa che lo saluta dicendo: "Heil, Hitler", risponde: "Heil, Puccini".

Quindi cos'è che non mi è piaciuto di questo pur meraviglioso libro? Il finale.
E' vero, ho scritto molte volte che un lieto fine spesso non avrebbe lo stesso effetto di un finale che lieto non è. Ma ne Il mandolino non c'è la morte di uno dei protagonisti, o la scelta dilaniante di uno di loro. C'è solo lo spreco di tempo prezioso, la vita "non vissuta" di Pelagia. E questo è molto triste. Perchè se nella vita reale accadono cose di questo genere, uno scrittore, che ha il destino dei suoi personaggi nella penna -o nella tastiera-, dovrebbe, almeno quando possibile, cercare di renderli felici.

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Quarta di copertina: Nel 1940, durante l'invasione nazista della Grecia, Antonio Corelli, stravagante capitano alla testa di un battaglione dell'esercito italiano, è di stanza a Cefalonia, un'isola lontana anni luce dalla follia che sta travolgendo l'Europa. Più devoto alla musica e alle partite di calcio che alla guerra, vive a casa del colto e spiritoso dottor Iannis. Tra Pelagia, l'affascinante e orgogliosa figlia del medico, e il capitano nasce una passione intensa e discreta, che né il precipitare degli eventi bellici né il terremoto che sconvolge l'isola poco dopo la fine del conflitto potranno spezzare. Sullo sfondo di una delle pagine più dolorose del nostro passato, sospesa tra la tragedia e la commedia, venata di lirismo e humor, l'indimenticabile storia d'amore e di guerra ha ispirato l'omonimo film con Nicolas Cage e Penelope Cruz.

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Giudizio personale: 4/5

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Qui le citazioni dal testo


sabato 5 novembre 2011

La valle delle rose

Autore: Lucien Bodard
Titolo originale: La valleé des roses

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Yi è una giovane ragazza cinese il cui mito è l'imperatrice Wu-cei, vissuta secoli prima e macchiatasi di innumerevoli atrocità.
Quando l'Imperatrice madre indice un "concorso" al fine di scegliere una moglie e trenta concubine per il figlio Imperatore, Hieng-Fong, Yi è sicura che il suo destino sarà quello di signora e padrona della vita di milioni di cinesi, anche se questo significherà abbandonare per sempre l'uomo che la ama e che avrebbe dovuto sposarla.
"La valle delle rose" del titolo è la parte del suo corpo con cui Yi è convinta di poter scalzare l'Imperatrice consorte e dare un nuovo Figlio del Cielo alla Cina, divenendo in tal modo la nuova Imperatrice madre.
Ma la ragazza non sa che Hieng-Fong è un pederasta che detesta le donne e passa tutte le sue giornate in compagnia dei favoriti, che lo ubriacano di piacere e di alcol al fine di accorciargli la vita e prendere il suo posto.
L'obiettivo di Yi sembra diventare così quasi impossibile, ma la scaltra concubina non ha intenzione di darsi per vinta, ed è pronta a servirsi di qualsiasi astuzia e a subire ogni umiliazione pur di regnare sulla Cina...

La valle delle rose ci apre le porte della Città Proibita, e ci mostra la Cina del XIX secolo con i suoi valori, le atrocità, gli usi e i costumi.
La storia è molto romanzata e interessante, ma subisce due brusche battute d'arresto durante i mesi che Yi passa chiusa nel padiglione in attesa che l'Imperatore la faccia chiamare, e nella seconda parte, in cui i personaggi che hanno animato la prima sembrano sparire, per far posto agli eserciti francese ed inglese che invadono la Cina.
E' questa una parte magnificamente scritta, con un'ironia che accompagna ogni espressione e regge fino alla fine; è interessante che le descrizioni architettoniche, soprattutto quelle riguardanti il Palazzo d'estate, siano qui molto più numerose che nella prima parte, e che paradossalmente trovino la loro ragione d'esistere nella distruzione di ciò che descrivono. Impressionanti le atrocità commesse dagli europei, che però impallidiscono di fronte a quelle dei cinesi, in una sorta di "gara" di malvagità che mette davvero i brividi.
Si rivela questa, tuttavia, una parte troppo lunga, che induce il lettore a chiedersi che fine abbiano fatto Yi e Hieng-Fong, e gli fa tirare un sospiro di sollievo quando la storia torna a focalizzarsi su di loro.
I personaggi sono tutti molto ben costruiti, Yi è bellissima, furba e malvagia; Hieng-Fong uno scherzo della natura che soffoca la propria infelicità nell'ubriachezza, nei piaceri e nelle condanne a morte; Ngan Te-Hai un eunuco che rimpiange la propria virilità e che soffre nel poter amare solo a metà.
E' proprio lui il personaggio più umano del libro, l'unico che mostra di avere dei sentimenti e che agisce per amore, ed è probabilmente solo per lui, che speriamo che, alla fine, la sua gelida ed amata Yi riesca ad uscire indenne dai pericolosi e mortali giochi di potere...

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Giudizio personale: 3/5

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Approfondimenti - L'Imperatrice Tseu-Hi

Il personaggio di Yi, realmente esistito, divenne Imperatrice con il nome di Tseu-Hi, che può avere varie traslitterazioni, come Tzu Hsi, Tz'u-hi e Cixi.
In questo approfondimento manterrò il nome di Tseu-Hi.


Tseu-Hi nacque a Pechino nel 1835 e morì nella Città Proibita nel 1908.
Figlia di un porta insegne imperiale del clan Manciù, alla morte dei genitori la sua educazione fu affidata ad uno zio.
All'età di 15 anni fece parte di un gruppo di donne tra le quali sarebbero state scelte le concubine per l'imperatore cinese Xiangfeng.
Tseu-Hi fu scelta come concubina di rango basso.
Un giorno il suo eunuco personale violò le regole della Città Proibita, e le rivelò che avrebbe potuto fare in modo che l'Imperatore la scegliesse per passare la notte con lei. Tseu-Hi usò così tutta la sua astuzia per entrare nelle grazie del capo eunuco della Città Imperiale, il quale elogiò la bellezza della concubina con l'Imperatore.
Nel 1852 questi la prese come amante, e la tenne presso di sè per tre mesi.
Il 27 aprile 1856, Tseu-Hi diede alla luce un figlio di nome Zaichun, che divenne erede al trono. La concubina divenne così la donna più importante dell'Impero dopo l'Imperatrice consorte. A quest'ultima e agli eunuchi di corte fu affidata l'educazione del bambino, mentre Tseu-Hi divenne consigliere  dell'Imperatore.
Alla morte di questi, la donna divenne Imperatrice vedova insieme all'Imperatrice consorte, e il piccolo Zaichun, di sei anni, fu incoronato Imperatore col nome di Tongzhi.
Nel 1881 l'Imperatrice consorte morì, e Tseu-Hi restò la sola detentrice del potere. Il suo fu chiamato dai contemporanei "regno dietro la tenda", perchè la donna fece installare dietro il trono del Figlio del Cielo -ossia l'Imperatore-, una tenda che le permetteva di vedere senza essere vista, nascondendola, così, mentre dettava il proprio volere all'Imperatore.
Questi lasciava spesso la Città Proibita per andare a divertirsi con le prostitute e fumare oppio; la vita dissoluta e gli eccessi lo portarono alla morte a soli 19 anni, nel 1874. Sua moglie era però incinta, e se avesse messo al mondo un maschio, sarebbe divenuta Imperatrice reggente, scalzando Tseu-Hi.
Questa, allora, con un vero e proprio colpo di stato, fece proclamare imperatore il figlio di sua sorella, Zaitian, di tre anni, che, come il suo predecessore, fu un burattino tra le mani di Tseu-Hi, la quale non riuscì ad accorgersi che la Cina imperiale stava declinando.
Di fronte al desiderio di indipendenza e cambiamenti del nipote ormai cresciuto, Tseu-Hi lo dichiarò incapace di governare, e lo confinò nel suo palazzo, assumendo la reggenza dell'Impero.
Il figlio del suo stretto consigliere fu designato erede al trono.
Per contrastare l'influenza delle potenze straniere, l'Imperatrice appoggiò la rivolta dei Boxer del 1900, ma fu poi costretta a fuggire e, per placare le potenze straniere, ordinò alle truppe imperiali di partecipare alla repressione del movimento.
Zaitian morì nel 1908, probabilmente avvelenato per ordine di Tseu-Hi con uno yogurt all'arsenico.
Il giorno successivo la donna dichiarò nuovo Imperatore il figlio del principe Chun, Puyi -che sarebbe poi stato l'ultimo Figlio del Cielo-.
Il giorno seguente la stessa Tseu-Hi morì.

Fonte:http://fr.wikipedia.org/wiki/Cixi



sabato 5 marzo 2011

La principessa di Mantova

Autrice: Marie Ferranti
Titolo originale: La princesse de Mantoue

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Sono perplessa riguardo a questo libro.
Esso narra la storia di Barbara di Brandeburgo, data in sposa a Ludovico Gonzaga a soli nove anni e cresciuta alla corte di Mantova.
Continui sono i riferimenti a vari documenti, e soprattutto alla corrispondenza tra Barbara e una cugina, Maria di Hohenzollern, vero filo conduttore di tutta la vicenda, che si fa sempre più avvincente e termina con la morte di Barbara.
Si arriva così alla fine convinti di aver letto un bel libro -o libriccino, in questo caso- storico, certo con qualche elemento di fantasia, dovuto alla scarsità di informazioni.
E invece, cosa leggiamo nella Postfazione? Che Maria di Hohenzollern non è mai esistita, le lettere non sono mai state scritte, tutti i documenti sono pura invenzione.
L'autrice ha semplicemente visto Barbara di Brandeburgo dipinta dal Mantegna ed ha immaginato la sua storia.
"Questo è solo un gioco", ci svela. D'accordo, ma forse sarebbe stato più corretto dircelo prima.

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Quarta di copertina: Poco si sa di Barbara di Brandeburgo, andata in sposa a soli nove anni a Ludovico Gonzaga di Mantova nel 1433. Ma molto si può immaginare dal ritratto che le fece Andrea Mantegna nella Camera degli Sposi al castello di San Giorgio. Quando il marito l'abbandona per combattere al fianco di Francesco Sforza, Barbara si ritrova sola in una delle corti più raffinate ed eleganti, che accoglie i più grandi artisti e letterati dell'epoca. Con grande intelligenza, nonostante la tenera età, si adatta alla nuova vita, riceve un'istruzione adeguata e, al ritorno del marito, riesce a conquistarne l'affetto.
Catturata dall'intensità espressiva del volto dipinto, Marie Ferranti costruisce un romanzo suggestivo e coinvolgente che, tra realtà storica e finzione, restituisce pienamente lo spirito di un periodo storico tra i più affascinanti, il Rinascimento italiano, dando vita a un'eroina elegante e colta, straordinariamente forte e determinata, ma al tempo stesso cinica e crudele.

"Un cammeo delicato, che offre le tracce di uno spaccato storico di bellezza e crudeltà, di raffinatezza e solitudine". Nico Orengo, TTL-La Stampa.

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Giudizio personale: 3/5

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Approfondimenti - La Camera degli Sposi

Il ritratto di Barbara di Brandeburgo da cui l'autrice ha tratto ispirazione per il suo romanzo è quello che ritroviamo nella scena detta "della corte", che occupa una parete della Camera Picta, o degli Sposi, nel Castello di San Giorgio a Mantova.


In essa vediamo anche altri personaggi che animano la storia: Ludovico, sulla sinistra, in veste da camera, seduto su una sedia sotto la quale, come segno di fedeltà, riposa il cane Rubino; la piccola Paola, che porge una mela alla madre; Barberina, in piedi sulla destra; forse il precettore Vittorino da Feltre, sullo sfondo.
Di seguito alcuni particolari del dipinto:

Barbara di Brandeburgo


Ludovico Gonzaga


Paola Gonzaga


Barberina Gonzaga

Nella camera ritroviamo anche una seconda scena, detta "dell'incontro", citata nel testo, nonchè lo splendido soffitto col meraviglioso oculo.

Per chi fosse interessato, ecco un sito in cui trovare informazioni ed immagini:

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Com'erano davvero

Barbara di Brandeburgo


Ludovico Gonzaga


Paola Gonzaga (presumibilmente)

Paola Malatesta, suocera di Barbara


Gianfrancesco Gonzaga, suocero di Barbara

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Qui un'intervista a Marie Ferranti



sabato 15 agosto 2009

Alla corte dei Borgia

Autrice: Jeanne Kalogridis
Titolo originale: The Borgia bride

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Per anni mi sono tenuta lontana dai romanzi a sfondo storico; non mi piaceva l'idea che qualcuno mettesse in bocca a personaggi realmente esistiti parole che forse non avrebbero mai pronunciato, che li presentasse con sentimenti che avrebbero potuto non provare mai, e azioni che non avrebbero commesso.
Poi ho avuto la felice idea di lasciarmi tentare dai bellissimi Rinascimento privato e Il medico di corte che, direi, mi hanno aperto un mondo.

Alla corte dei Borgia è uno degli ultimi romanzi a sfondo storico che ho letto, e devo dire che ne sono rimasta davvero soddisfatta.
La storia è incentrata su Sancia d'Aragona, figlia del re di Napoli e sposa di Goffredo, figlio -ma probabilmente non biologico - di papa Alessandro Borgia, e fratello dei più famosi Lucrezia e Cesare, il Valentino.

Sancia è un personaggio di cui - lo ammetto - non avevo mai sentito parlare, ma che si è rivelato interessante e che, se fosse vero ciò che la Kalogridis ci narra alla fine del libro - la parte avuta da Sancia nella fine di Alessandro -, avrebbe avuto davvero un bel peso nella storia.
Ella è ritratta come una donna sensibile, leale, passionale, ma all'occorrenza "fredda e dura", come suo nonno e suo padre.

La narrazione scorre fluida, e l'intreccio è coinvolgente; bellissime le accurate descrizioni di abiti, gioielli, palazzi, decorazioni, che ci permettono di catapultarci nel XVI secolo... e poi, come si può non essere fieri di Napoli, quasi onnipresente nella narrazione, a guisa di co-protagonista, e delle meravigliose descrizioni del suo mare, dei suoi profumi, dei suoi palazzi e della sua gente...?!

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Giudizio personale: 5/5

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Quarta di copertina: 1492, Sancia d'Aragona, figlia del re Alfonso II di Napoli, viene data in sposa a Goffredo Borgia, l'ultimogenito del pontefice Alessandro IV, al secolo Rodrigo Borgia, uomo potente e corrotto che sogna di dominare l'Italia. Un matrimonio combinato che ha come scopo proteggere Napoli dalle ambizioni di Luigi di Francia, ottenere l'alleanza con la Spagna e ampliare il potere del Papa. A Roma Sancia si trova circondata dalla grandezza della Città Eterna, ma anche avviluppata in una stretta trama di intrighi. La temibile Lucrezia sarà sua alleata o avversaria? E Cesare Borgia diventerà un amante appassionato o il suo peggior nemico? Un difficile cammino si apre dinanzi a Sancia, che scoprirà doti che non sospettava di avere. E per sopravvivere, dovrà diventare più spietata dei suoi avversari.
Sullo sfondo del Rinascimento italiano, Jeanne Kalogridis intreccia sapientemente subdoli giochi di potere e torbide passioni, in un romanzo che ha tutta la forza e la tensione di un thriller.

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Quando termino un romanzo storico, mi piace cercare in Internet i ritratti e le storie dei personaggi protagonisti del libro, così da "conoscerli meglio", ed appurare quanto la mia fantasia sul loro aspetto si sia allontanata dalla realtà.

Ecco i personaggi de "Alla corte dei Borgia":


Sancia D'Aragona

Goffredo Borgia

Cesare Borgia

Lucrezia Borgia

Alfonso D'Aragona

Rodrigo Borgia

Ferrante D'Aragona

Giovanni Borgia

sabato 5 luglio 2008

Quo vadis?


Autore: Henry Sienkiewicz
Titolo originale: Quo vadis?

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[attenzione: SPOILER]

Il romanzo narra la storia di un soldato romano, Vinicio, che si innamora perdutamente di un ostaggio ligio, la giovane e bellissima Callina, chiamata Ligia.
In principio l'uomo tenta di prenderla con la forza, ma viene respinto. 
Ligia, cresciuta in una casa romana, è stata allevata dalla madre adottiva come cristiana, ed è proprio dai cristiani del Trastevere che la giovane scappa per evitare di diventare concubina di Vinicio, o, peggio, vivere al Palatino alla corte del perverso Nerone.

Per cercare l'amata, Vinicio entra così in contatto con la comunità cristiana, ed ascolta le parole dell'apostolo Pietro. In lui si verifica uno straordinario mutamento, che lo porta gradualmente, da giovane viziato, violento ed irascibile, a diventare un fervido amante di Cristo e della dottrina cristiana.

Quando tutto sembra volgere per il meglio, ed i due giovani, riappacificatisi, sono ormai promessi, scoppia a Roma il terribile incendio, dal quale solo quattro dei quattordici quartieri si salveranno. Per sviare i sospetti da Nerone - presentato nel libro come il "mandante" dell'incendio -, della tragedia sono incolpati i cristiani, che vengono perseguitati, catturati e massacrati nei modi più terribili nel circo di Roma.

L'apostolo Pietro, spinto dai fedeli, si appresta a lasciare la città, ma durante il cammino vede il Signore, al quale chiede: "Quo vadis, Domine?" (Dove vai, Signore?).
Cristo gli risponde che sta tornando a Roma, per essere crocifisso di nuovo.
Pietro capisce allora di dover tornare indietro e condividere i supplizi del suo gregge. Una volta in città, infatti, viene crocifisso a testa in giù.

Naturalmente anche Ligia e il fedele quanto forte schiavo Ursus sono catturati, e per loro Nerone ha in serbo un supplizio particolare: la ragazza viene legata alle corna di un feroce toro, il quale viene lasciato entrare nell'arena, dove si trova Ursus. Il ligio, alla vista della sua signora in pericolo, abbatte l'animale spezzandogli le corna a mani nude.
La plebe spettatrice è così entusiasta che Nerone è costretto a concedere la grazia ai due.
Ligia viene condotta in Sicilia da Vinicio, dove i due possono finalmente cominciare una vita insieme.


Ammetto di aver intrapreso la lettura di Quo vadis? in un momento di profonda astinenza da libri; il capolavoro -ora posso con ragione chiamarlo così- di Sienkiewicz era da anni ospite di una delle librerie di casa senza aver mai suscitato il minimo interesse da parte mia.
Mi aspettavo un polpettone didascalico con pagine pesanti quanto mattoni, ed invece mi sono dovuta ricredere.

La Roma di Nerone è rappresentata in modo affascinante; la lettura risulta piacevole; ai personaggi è dato il giusto spessore, ed è interessante essere "spettatori" delle dinamiche interpersonali del tempo.
Ho trovato sorprendente -seppur terribile, considerando anche che si tratta di un episodio realmente accaduto- la descrizione dei supplizi subiti dai cristiani nell'arena; emozionante e commovente l'immagine del padre che, coperto di pelli d'animali per essere più "appetibile" per i leoni, stringe a sé il figlioletto...
come pur emozionante risulta la descrizione dell'incendio di Roma, e la ricerca di Vinicio tra i vicoli in fiamme e la disperazione del popolo.

Molto molto piacevole la figura di Petronio, balzato dai libri di letteratura del liceo direttamente tra le pagine di Sienkiewicz, che ce lo presenta tristemente ironico, consapevole, eppur profondamente amante della vita -tanto da volerla lasciare a modo suo-, facendolo risultare uno dei personaggi più gradevoli del libro.

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Giudizio personale: 5/5