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lunedì 29 luglio 2013

PopCo

Autrice: Scarlett Thomas
Titolo originale: PopCo

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Noia. Pura.
Le premesse mi piacevano: la protagonista lavora per un'azienda di giocattoli; i dipendenti fanno una sorta di "ritiro aziendale" nel Dartmoor, e in seguito solo alcuni di loro sono invitati -quasi costretti- a restare lì per sviluppare un'idea vincente per un prodotto avente come target le adolescenti.
Ma poi il libro si è trasformato in una lunga lezione di matematica e di crittoanalisi e, se in principio ciò può risultare anche interessante, alla lunga diventa pesante come un macigno. Alcune spiegazioni servono a capire quello di cui sta raccontando la protagonista, ma credo che concedere loro meno spazio, avrebbe contribuito a dare più respiro al romanzo.
Un romanzo, che, in realtà, è solo un pretesto per un'accorata denuncia del capitalismo, delle strategie di marketing - molto interessante, a questo proposito, il "saggio" sulle adolescenti - e del generale conformismo che investe la nostra società. Il fatto è che io cercavo una storia, non pagine e pagine di ipotesi di Riemann, teorema di Godel, amoralità delle multinazionali. Non l'ho lasciato perdere solo perché avevo bisogno di una lettura non troppo coinvolgente che non mi distogliesse dallo studio.
La protagonista, Alice, non è riuscita ad essermi simpatica, e molto spesso mi è sembrato che la sua - o dell'autrice, chissà - fosse solo una lunga autocelebrazione delle proprie idee e del proprio modo di vivere.
Perché si parla anche di vegetarianismo, veganismo e omeopatia, come in un grande opuscolo che cerca di convincerti a fare qualcosa, e mi è sembrato, qualche volta, di leggere tra le righe anche un leggero disprezzo per chi non abbraccia tali stili di vita.
Ho trovato noiosa tutta la questione della barca a vela e molti degli avvenimenti accaduti nel passato, mentre mi è piaciuto il racconto degli anni delle scuole medie, piuttosto realistico.
Riguardo alla NoCo, una sorta di anti-PopCo che combatte dall'interno le grandi multinazionali, mi è venuto da pensare che, probabilmente, se riuscisse a far crollare il mercato libero - addirittura tutto in un giorno, come sogna una delle affiliate - come si propone, la parte del suo motto che recita: "Non nuocere" crollerebbe a sua volta, coinvolgendo, oltre a chi si arricchisce, purtroppo, ai danni dei più deboli, anche milioni di persone innocenti. Ma questo è un altro discorso.
Encomiabili le intenzioni dell'autrice, ma, davvero, quattrocento pagine di non-romanzo sono proprio troppe.

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Trama: Cosa sta succedendo ad Alice Butler, esperta in analisi statistica e seriamente impegnata a combattere dall'interno l'ordine mondiale propugnato dalla cattivissima PopCo., la multinazionale del giocattolo per la quale lavora? Chi si nasconde dietro i messaggi in codice - rigorosamente anonimi che negli ultimi tempi qualcuno le scrive regolarmente? Si tratta di pericolosi avvertimenti o, dietro queste curiose sequenze alfanumeriche, si cela una voce che viene dal passato? Muovendosi sul filo dell'avventura e della memoria, Alice rifiuta di votarsi al carrierismo e all'ipocrisia che dominano il suo ambiente di lavoro e si tuffa alla scoperta di un segreto che custodisce fin da quando era bambina. Si tratta di un monile molto particolare, un dono del nonno che, in quel gioiello, ha nascosto la mappa di un tesoro speciale.

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Giudizio personale: 2/5

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Approfondimenti/1 - Il Gioco della Vita

Il Gioco della Vita (Game of Life) è stato sviluppato dal matematico inglese John Conway alla fine degli anni sessanta. Si tratta di un automa cellulare, cioè un modello matematico che descrive l'evoluzione di sistemi complessi.
Anche se è chiamato "gioco", in realtà non ha bisogno di nessun input da alcun giocatore, perché la sua evoluzione è determinata dal suo stato iniziale.
Si svolge su una griglia di caselle quadrate, le celle, che si estende all'infinito in tutte le direzioni e che è detta mondo. Ogni cella ha 8 vicini, che sono le celle ad essa adiacenti, includendo quelle in senso diagonale, e può trovarsi in due stati: viva o morta (o accesa e spenta, on e off).
Se una cella morta si ritrova circondata da tre celle vive, rinasce; se ne ha intorno meno di due vive, muore per isolamento, se è circondata da più di tre celle vive, muore invece per soffocamento.

Lo scopo del "gioco" è mostrare come comportamenti simili alla vita possano emergere da regole semplici.
Di esso sono state sviluppate diverse versioni, con differenti regole biologiche e differenti tipi di cellule.

Fonte: wikipedia.it

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Approfondimenti/2 - Il manoscritto Voynich

Il manoscritto Voynich è un volume antico e dal contenuto indecifrabile, e per questo è stato ritenuto a lungo un falso. Tuttavia, le ultime analisi lo "scagionerebbero" da questa accusa.


Si tratterebbe, infatti, di un libro contenente "un codice basato sullo schema di reiterazione delle parole in relazione agli argomenti trattati".
Contiene 240 pagine scritte a mano e illustrate con dettagliati disegni di piante, inesistenti o comunque mai rinvenute, mappe astronomiche, cerchi esoterici e figure femminili impegnate o collegate con l'acqua.


Il volume risale ai primi del 1400 e fu acquistato nel 1912 dal libraio Wilfrid Voynich in Italia, a Frascati, in un collegio di gesuiti.  Per cento anni, il contenuto del manoscritto non è stato decrittato, nemmeno da esperti di cifratura che sbloccarono complicati codici militari durante la Seconda guerra mondiale.
Ma gli studi non sono mai realmente terminati...


Fonte: La Repubblica


sabato 22 giugno 2013

Morti viventi a Dallas

Autrice: Charlaine Harris
Titolo originale: Living dead in Dallas
Volume: 2 di 13

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[attenzione: SPOILER]

Benché il primo volume della saga di Sookie Stackhouse (The Southern Vampire Mysteries) non mi sia piaciuto molto, ho voluto procedere con la lettura perché ero curiosa di sapere quanto la serie tv True Blood, tratta dai romanzi della Harris, che sa divertire ed intrattenere, ma può anche raggiungere picchi elevati di noia e assurdità, si discosti dalla storia originale.
Morti viventi a Dallas è sicuramente scritto meglio di Finché non cala il buio, e non so se alcune brutture, che pure ci sono, siano da imputare alla traduzione o alla scrittura originale.
Riguardo alla storia, mi ha molto colpito la morte, nelle primissime pagine, del personaggio di Lafayette, abbastanza importante nel telefilm, ed ancora vivo e vegeto. Ho tremato, invece, a leggere il nome di Tara, ma il personaggio compare pochissimo e non è per niente irritante come nella trasposizione televisiva.
Mi sorprende che la menade sia stata identificata praticamente da subito, e che la sua storyline sia risultata piuttosto fiacca. L'ultima parte del romanzo, infatti, che prende le mosse dalla festa/orgia, è più lenta rispetto alle vicende ambientate a Dallas, e la menade non ha alcun carisma.
Interessante invece la descrizione dell'hotel adibito ad ospitare i vampiri, e soprattutto le dinamiche tra questi nel "nido" di Stan. Carino anche il personaggio della licantropa Luna, che spero compaia ancora, e riuscita anche la Compagnia del Sole, con i terrificanti coniugi Newlin. Molto gradevole la scena della partita a cui partecipano come spettatori gli abitanti di Bon Temps; come ho già detto nel post precedente, la Harris è molto brava a creare un microcosmo qual è la piccola cittadina con tutti i suoi abitanti, ognuno con le proprie caratteristiche.
Mi sarei aspettata qualcosa di più -o, meglio, qualcosa- riguardo al "suicidio" di Godric, che non viene per niente descritto.
Pur non lasciando col fiato sospeso o la voglia di continuare a leggere -almeno per quanto mi riguarda- Morti viventi a Dallas risulta comunque simpatico e ironico, e le considerazioni di Sookie fanno sempre sorridere.

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Trama: Sookie Stackhouse sta attraversando un periodo difficile. Il suo collega e amico Lafayette è stato assassinato: sembra che a ucciderlo sia stato il rampollo della famiglia più aristocratica di Bon Temps, la cittadina in cui la protagonista vive. Come se non bastasse, Sookie si trova improvvisamente di fronte a una creatura sanguinaria che le assesta un colpo quasi mortale. I vampiri non aspettavano altro: le succhieranno via il sangue avvelenato dalle vene salvandole così la vita. Quando uno di loro le chiederà di utilizzare le sue doti telepatiche per aiutarlo a rintracciare un compagno misteriosamente scomparso, Sookie sarà costretta ad accettare. Ben presto si ritroverà a Dallas, tra le strade e i locali trendy frequentati dagli amici e dagli ammiratori dei vampiri.

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Giudizio personale: 3/5

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[attenzione: SPOILER per chi non abbia visto la seconda stagione di True Blood]

Morti viventi a Dallas è il romanzo a cui si ispira la seconda stagione di True Blood.
Michelle Forbes interpreta la menade Maryann, ma la sua natura non è svelata per buona parte della stagione, e per questo il personaggio mi incuriosì molto, spingendomi a cercare spoiler probabilmente per la prima -e unica- volta da quando guardo serie tv.


In True Blood la menade è legata a Sam da quando questi era un ragazzo, e lo perseguita al fine di sacrificarlo al dio Dioniso; stringe un legame molto forte con Tara (alla quale, in una scena raccapricciante, fa mangiare il cuore della povera Daphne, una mutaforma che intrattiene una relazione con Sam, ma che lavora segretamente per Maryann, da cui viene uccisa), e, attraverso il controllo della mente, porta caos e lussuria a Bon Temps (in luogo dell'orgia organizzata da alcuni abitanti della cittadina nel romanzo).
Possiede, inoltre, degli artigli alle mani, con i quali attacca Sookie, che rilasciano una potente neurotossina letale per gli umani, mentre il suo sangue lo è per i vampiri.


Nelle vicende della Compagnia del Sole rientra anche Jason, che diventa un fervente seguace del gruppo, mentre Godric risulta essere il creatore di Eric, e la sua fine è raccontata in una scena molto intensa.
Non compare la mutaforma Luna, presente invece a partire dalla quarta stagione, ma con fattezze molto diverse da quelle descritte nel romanzo, e come interesse amoroso di Sam; nel libro appare fugacemente anche la licantropa Deb, che farà invece il suo ingresso nell'universo di True Blood nella terza stagione.
Altra piccola differenza con la storia della Harris, è il rapporto di parentela tra Maxine Fortenberry e Hoyt, nipote della donna nel libro, e figlio nella serie tv. E, naturalmente, Lafayette è vivo (e viene tenuto prigioniero alquanto crudelmente da Eric) e Tara ha -purtroppo- molto spazio.

Di seguito, due trailer della stagione:



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Approfondimenti - Le menadi

Le menadi sono le donne che insieme con i Satiri e i Sileni costituiscono il seguito di Dioniso, prima dio arcaico della vegetazione, e poi del vino, dell'estasi e della liberazione dei sensi.
Secondo un'antica credenza, la sede primitiva delle menadi era la Tracia, paese confinante con la Macedonia.
(In molti luoghi della Grecia, come Atene, Delfi, Olimpia, Sparta, in Beozia e nella Jonia, erano associazioni femminili incaricate dallo Stato di occuparsi del culto di Dioniso. Per la durata delle feste dionisiache diventavano menadi).
Elle partecipano del furore sacro indotto dal culto orgiastico proprio di questo dio. Sono chiamate anche "baccanti" in quanto assimilate a Bacco; "invasate", dal torchio vinario, o ancora Naiadi o Ninfe (che mancano, però, del tirso e della pelle di pantera).
La loro frenesia è piuttosto un "invasamento" divino provocato dal dio, e che si manifesta nella danza estatica.


Le danze delle menadi si svolgono in luoghi liberi e selvaggi; l'entusiasmo aumenta nelle funzioni sacre svolte in comune e soprattutto nella danza collettiva. Eppure ogni menade appartenente ad un coro danzante si dà all'estasi individualmente, al contrario delle Ninfe. Queste si prendono per le mani o per i lembi delle vesti, le menadi danzano ciascuna per proprio conto.
Ricoperte da una pelle di cerbiatto o di volpe, coronate di edera, la pianta sacra a Dioniso che masticata dà l'ebbrezza, impugnando il tirso, bastone ornato di edera, corrono sulle montagne durante le feste dionisiache, al suono assordante di cembali, timpani e flauti, trascinando o tenendo al seno un cerbiatto, animale che è l'incorporazione più frequente del dio.
Quando la corsa e il frastuono hanno scaldato l'eccitazione fino al parossismo, le menadi addentano l'animale che portano con sé, lo squartano e ne mangiano le carni crude, al fine di fare propria la vita del dio. In questo stato di possessione divina, elle possono fare prodigi e profetare.
Probabilmente le menadi rappresentano e provocano, mediante l'eccitazione orgiastica, le potenze attive della natura vegetale.


Come Dioniso, sono anche cacciatrici. Le prede della loro caccia sono gli animali dei boschi e delle greggi: caprioli, cervi, lepri, capre e montoni. Le menadi li cacciano, li sbranano -con le mani o con un coltello- e li divorano. Per questo al loro seguito si trovano spesso gli animali feroci, soprattutto pantere, linci, raramente leoni. Persino l'animale più pericoloso, il serpente, anch'esso un divoratore di carne viva, si avvinghia alle braccia, al corpo, alla testa delle menadi.
Durante la danza, hanno in mano tutta una serie di strumenti musicali e a percussione, come flauti, cembali, sonagli e, nelle rappresentazioni artistiche dalla metà del V sec., i timpani che provengono dal culto di Cibele. Si aggiungono fiaccole per le celebrazioni notturne; più rari sono boccali e coppe.
Sulla pittura vascolare del sec. VI, le Menadi sono frequentemente associate ai Satiri in tutte le gradazioni dell'attrazione erotica.
In quella del sec. V invece, soprattutto dopo il 480, appare con evidenza sempre più grande il carattere orgiastico delle menadi.

fonte: Treccani

domenica 16 giugno 2013

1Q84

Autore: Murakami Haruki
Titolo originale: 1Q84
Volume: 1 di 2
Libri: 1 e 2 di 3 - Aprile-Settembre

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Ho letto tanti bei libri negli ultimi tempi, ma era molto che non me ne capitava uno magnetico come 1Q84.
Non posso dire che la storia sia bellissima, ma è intrigante, e ti risucchia in un vortice che dura quasi fino alla fine. Sebbene i rapporti tra i due personaggi principali, a cui sono dedicati alternativamente i capitoli, risultino definiti solo al capitolo 13, ed in generale tutta la storia non appaia chiara sin dall'inizio, non si può fare a meno di continuare a leggere, e 700 pagine volano via in un lampo.
Mi piace molto il concetto dell'anno 1Q84 (dove la Q sta per "question mark", ovvero "punto interrogativo") come qualcosa di diverso, ma non parallelo all'anno 1984, e nel quale dover rimanere, una volta capitatici.
I personaggi sono profondissimi; interessanti anche quelli secondari, in primis Tamaru, ma anche Fukaeri, la Signora, Komatsu, Ushikawa.
Molto importante, nella storia, il tema della solitudine, probabilmente il più importante: i due protagonisti sono  infatti estremamente soli, la vita di Tengo è molto routinaria e senza scossoni (l'unico ricordo importante della sua vita è così censurato e rinchiuso nei meandri della sua mente, che deve farsi largo prepotentemente da solo provocando all'uomo del malessere fisico), mentre quella di Aomame sembra non avere importanza neppure per lei.
Intuiamo che entrambi avrebbero potuto essere felici, insieme, se solo si fossero cercati, ma, d'altronde, quale adulto dà retta ad una sensazione -seppur la più profonda della sua vita- provata a soli dieci anni?
Molto intensi i momenti di Tengo con il padre alla casa di riposo, e la storia della città dei gatti dà molto da riflettere: abbiamo avuto anche noi la sfortuna di trovarci in un posto in cui ci siamo persi? E siamo riusciti ad uscirne?
Il personaggio di Fukada è invece l'emblema di quanto sia difficile separare il bene dal male, e quanto un uomo che riesce a provocare odio e ripugnanza sia anche capace di suscitare profonda pena.
Più confusione generano i Little People (il cui nome in principio non ha potuto non farmi pensare ai famosi giocattolini per bambini), a quanto pare responsabili di un certo "equilibrio" nel mondo -che si tratti del 1984 o del 1Q84-, esserini misteriosi che per il momento non hanno suscitato le mie simpatie, ma che spero siano approfonditi nel terzo libro.
Il romanzo ha inoltre il merito di metterci a parte di una cultura molto diversa dalla nostra e dalle mille peculiarità, qual è quella giapponese (che trovo sempre un pò troppo maschilista); penso inoltre che sia una scelta azzeccatissima quella di ambientare la storia nel 1984, privando in questo modo i personaggi di tutti gli ausili tecnologici (quante volte ho immaginato Aomame con uno smartphone!) che avrebbero reso loro la vita molto più facile, soprattutto nella ricerca di notizie.
Capolavoro come pochi, 1Q84 vale davvero la pena di essere letto, e mi ha reso entusiasta -e insonne- come non capitava da tempo.

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Quarta di copertina: Aomame è spietata e fragile. È un killer che in minigonna e tacchi a spillo, con una tecnica micidiale e impalpabile, vendica tutte le donne che subiscono una violenza. Tengo è un ghost writer che deve riscrivere un libro inquietante e pericoloso come una profezia. Entrambi si giocano la vita in una storia che sembra destinata a farli incontrare. Ma quando Aomame, sollevando gli occhi al cielo, vede sorgere una seconda luna, capisce che non potranno condividere neppure la stessa realtà. Mai come in 1Q84 Murakami ha esplorato le nostre ossessioni per dare vita a un mondo così personale, onirico e malinconico. Accolto in Giappone come il suo capolavoro, 1Q84 è un romanzo che contiene universi.

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Giudizio personale: 5/5

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Qui le citazioni dal romanzo

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Dalla pagina Einaudi: 1Q84 è stato accolto, alla sua uscita in Giappone, come il capolavoro di Murakami Haruki e immediatamente elevato a oggetto di un autentico culto, tanto che sono comparsi libri e riviste che provano a indagare i misteri e rispondere agli interrogativi che solleva questo romanzo fluviale, ricco di storie (e storie dentro storie), personaggi, idee.
Un Murakami al suo meglio che riesce come non mai a centrifugare le suggestioni più diverse (dal folklore giapponese all'immaginario manga, dalla fantascienza occidentale alla tradizione letteraria orientale) e a esplorare le nostre ossessioni per dare vita a un mondo del tutto personale, onirico e malinconico, in cui nessuna realtà parallela ripaga per la nostalgia di un'amicizia d'infanzia, per un amore mancato.

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Approfondimenti - La Sinfonietta di Janacek

Nel taxi che la porterà a quelle scale che conducono all'anno 1Q84, Aomame ascolta la Sinfonietta di Janacek, che farà un pò da "tema musicale" all'intero romanzo.


La prima performance della Sinfonietta, del compositore ceco Leos Janacek, si ebbe a Praga nel 1926.
Essa è dedicata "alle Forze Armate Cecoslovacche", e secondo Janacek avrebbe dovuto essere espressione dell'uomo libero contemporaneo, della sua gioia e bellezza spirituale, della sua forza, del coraggio e della determinazione a combattere per la vittoria.
Fu commissionata dagli organizzatori del Sokol Gymnastic Festival, e la sua durata si aggira intorno ai 20-25 minuti.
Il pezzo è diviso in cinque movimenti:
- I - Allegretto;
- II - Andante;
- III - Moderato;
- IV - Allegretto;
- V - Andante con moto.

Fonte: wikipedia.en


venerdì 15 marzo 2013

Hakawati - Il cantore di storie

Autore: Rabih Alameddine
Titolo originale: The Hakawati

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Un moderno Le mille e una notte. Così potremmo definire questo romanzo in cui si intrecciano innumerevoli storie ispirate all'Antico Testamento, alle opere di Ovidio, Shakespeare, Calvino, autori arabi, il Corano, fiabe siriane e libanesi, le stesse Mille e una notte.
Su tutte, la storia del narratore, Osama, rientrato in Libano dagli Stati Uniti, di suo padre e di suo nonno, in un caleidoscopio di vite ed esperienze che affascina ma che, a dire il vero, almeno all'inizio, può creare un pò di confusione.
Mi piacciono molto i libri che raccontano uno spaccato di storia di un paese lontano e le sue tradizioni, e questo è ciò che ci regala Hakawati, la storia del Libano, di una famiglia drusa, ebrea e araba, l'inizio della guerra tra israeliani e palestinesi, l'impossibile ritorno ad un passato che non esiste più.
I personaggi della numerosa famiglia di Osama sono tutti ben costruiti e interessanti, ognuno con la sua personalissima storia da cui ne scaturiscono mille altre - primo fra tutti, il mio preferito, lo zio Jihad -.
Tra i racconti che esulano da quello familiare, spiccano quello di Baybars - che alla lunga ho trovato leggermente noioso - e quello di Fatima, zeppi di emiri, jinn e sultani, che ci lasciano assaporare l'Oriente lontano.
Un romanzo notevole per la sua struttura e per la toccante esperienza del narratore, diviso a metà tra il suo paese d'origine e quello d'adozione, che torna nei luoghi della sua infanzia e adolescenza solo per scoprirli distrutti dalla guerra, che però non ha scalfito gli affetti più profondi della sua vita.

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Quarta di copertina: "Ascoltami. Sarò il tuo dio, se me lo concedi. Ti voglio condurre in un viaggio al di là di ogni immaginazione. Ti voglio raccontare una storia ".

"Una storia epica, nel senso insieme più antico e più innovativo del termine, spaziando dal Corano al Vecchio Testamento, da Omero a Sheherazade. E' impossibile non farsi coinvolgere". Jonathan Safran Foer

"Hakawati. Il cantore di storie è un romanzo straordinario: un trionfo di narrazioni". Alexander Hemon

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Giudizio personale: 4/5

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Approfondimenti - Umm Kulthum

Nacque in Egitto presumibilmente nel 1904. Fino ai 23 anni cantò in vari teatri travestita da ragazzo, per poi trasferirsi al Cairo, dove incontrò il poeta Ahmed Rami, che scrisse per lei 137 canzoni, e il virtuoso del liuto  Mohamed El Kasabji, che la presentò all'Arabian Theatre Palace, dove ebbe il suo primo grande successo.
Nel 1932 divenne abbastanza famosa da cominciare una grande tournée in città come Damasco, Baghdad, Beirut, e Tripoli e la sua fama le permise di incontrare l'allora presidente dell'Egitto Gamal Abdel Nasser. Nel 1967 ricevette anche un telegramma da Charles De Gaulle.
Precedentemente, nel 1944, il re d'Egitto Farouk I l'aveva insignita della più alta onorificenza, riservata solo ai membri della famiglia reale e ai politici.
Nonostante ciò, la famiglia reale si oppose rigidamente ad un possibile matrimonio tra la cantante e uno zio del re, e questo portò Umm ad allontanarsi dai reali e a dedicarsi alle cause della gente comune. Cantò, ad esempio, per la legione egiziana catturata a Faluja nel 1948, durante il conflitto arabo-israeliano. Tra i soldati catturati, vi era anche Gamal Abdel Nasser, proprio il futuro presidente che l'avrebbe in seguito ricevuta.
Negli anni '50 le venne diagnosticata una grave nefrite, che la portò prima negli Stati Uniti per le cure mediche, e poi alla morte, al Cairo, nel 1975.
Il corteo funebre che seguì il suo feretro si estese per ben 10 chilometri.
Ancora oggi Umm Kulthum è ricordata come la più grande cantante araba della storia della musica, ed è conosciuta anche come Kawkab al-Sharq , cioè "Stella dell'Est".

Le sue canzoni trattavano per lo più di temi universali come l'amore, l'attesa e la perdita, ed erano misurate in ore, piuttosto che in minuti.
Un suo tipico concerto consisteva di una performance di due o tre canzoni, per una durata di tre o quattro ore.
Pare che, quando i concerti della cantante erano trasmessi in diretta radiofonica, il parlamento egiziano interrompesse le proprie sedute per permettere ai deputati di ascoltarli.
Fonte: Wikipedia


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Ecco il dipinto di Adriaen Van der Werff citato nel romanzo, in cui Sara offre ad Abramo la sua schiava egiziana Agar.

venerdì 4 gennaio 2013

Il Dandy della Reggenza

Autrice: Georgette Heyer
Titolo originale: Regency Buck

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Come ci dice chiaramente il titolo, la storia è ambientata nel periodo della Reggenza - più precisamente tra il 1811 e il 1812 - con tutto il suo contorno di balli, calessini, vacanze a Brighton e pettegolezzi.
L'autrice ci mostra aspetti di solito meno raccontati dell'epoca, come i combattimenti di galli, e fa interagire i suoi personaggi di fantasia con personaggi realmente esistiti, primi fra tutti il Beau Brummel e il principe Reggente.
La dinamica dei rapporti tra i protagonisti, Judith Peregrine e il conte di Worth, mi ha ricordato molto quella tra Elizabeth e Darcy in Orgoglio e Pregiudizio. Anche in questo romanzo, infatti, ci sono schermaglie verbali tra i due, palesemente attratti l'uno dall'altra. L'autrice, però, ripete più volte la stessa scena, nella quale i due si dicono quanto si disprezzino, quasi senza alcuna variazione, e la cosa alla lunga diventa noiosa.
Inoltre non mi è piaciuto il largo uso che la Heyer fa del mystery: dopo duelli provocati allo scopo di uccidere, tentati avvelenamenti e agguati non riusciti, il rapimento della fanciulla alla fine della storia mi è sembrato davvero troppo.
L'inizio del romanzo è invece piuttosto gradevole, e le descrizioni spesso dettagliate di usi e costumi dell'epoca sono davvero molto interessanti.

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Trama: È stato per distrazione, per dispetto o per un'incredibile lungimiranza che nel suo testamento il signor Taverner ha voluto nominare come tutore dei due figli il quinto conte di Worth? Il conte non è, infatti, l'anziano gentiluomo che Judith e Peregrine Taverner si aspettano, bensì il più elegante, affascinante e insopportabile dandy della Londra della Reggenza. I suoi modi gelidi e la sua ironia non gli impediscono infatti di spalancare ai due giovani - e ora ricchissimi - provinciali le porte del bel mondo. E se Peregrine, un ragazzo dal cuore d'oro ma assolutamente sventato, gli procura qualche noia, la seducente Judith gli provoca ben altre reazioni...

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Giudizio personale: 3/5

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Approfondimenti - Il Beau Brummel

George Bryan Brummell, conosciuto anche come Beau (il "bello") Brummell (Londra, 7 giugno 1778 – Caen, 30 marzo 1840), è considerato il primo dandy, o comunque colui che rappresentò meglio il dandismo.


Studiò a Eton, dal 1790, dove si distinse subito per la cura che riservava nel vestirsi. Successivamente, passò ad Oxford, per entrare nel reggimento degli Ussari, con lo scopo di incontrare il Principe di Galles, il futuro Giorgio IV, che ne aveva il comando: una volta entrato nelle sue grazie, lord Brummell prese congedo.
Presto divenne amico e consigliere del sovrano, che spesso tentava di imitarlo, con poco successo, come quando il Reggente inventò il "gilet sbottonato", ma tale moda non venne seguita da nessuno, se non da cortigiani, servi, camerieri e carrettieri.

Il 18 maggio 1816 Brummel lasciò definitivamente l'Inghilterra, a causa di un dissidio con il Reggente: per diversi anni abitò a Calais, che divenne meta di una sorta di pellegrinaggio del bel mondo inglese. Alla sua partenza da Londra, tutti i suoi beni erano stati messi all'incanto: il ricavato della vendita contribuì a mantenerlo per alcuni anni.

Pare che all'asta partecipò tutta la crema della città: d'Aurevilly racconta come un marchese e un barone si disputassero l'un l'altro un accessorio di scarso valore, o una marchesa e una contessa si bisticciassero un portasapone appartenuto a colui che regnava nei salotti londinesi più del principe stesso.

Il principe di Galles, divenuto Reggente con il nome di Giorgio IV

Quando ormai si stava avvicinando lo spettro della povertà e della prigione per debiti, venne provvidenzialmente salvato da Guglielmo IV, che lo nominò console a Caen.

Qui trascorse il resto della sua vita, lontano dagli agi e dal lusso cui era abituato. Malato di sifilide, nel 1837 venne internato nell'ospedale delle Figlie del Buon Salvatore di Caen, dove morì nel 1840 al termine di uno dei frequenti ricevimenti immaginari al quale aveva invitato tutta la nobiltà inglese.
Barbey d'Aurevilly ce ne lascia una splendida descrizione in George Brummell e il dandismo: "Poco tempo dopo Brummell divenne folle e, poichè il dandismo era penetrato in tutto il suo essere, anche la sua follia si tinse di dandismo [...]. Certi giorni, con grande stupore del personale dell'hotel, ordinava di preparare il suo appartamento come per una festa. Lampadari, candelabri, candele, fiori in gran quantità, non mancava niente e, nello scintillio di tutte queste luci, lui, nello splendido abbigliamento della sua giovinezza, con l'abito whig blu con i bottoni d'oro, il gilè di piquet e i pantaloni neri, aderenti come le calze del XVI secolo, in mezzo al salone, attendeva... Attendeva l'Inghilterra oramai morta! Improvvisamente come se si fosse sdoppiato, annunciava ad alta voce, il principe di Galles, poi lady Connyngham, poi lord Yarmouth e per finire tutti quei grandi personaggi di cui era stato la legge vivente e, credendo di vederli apparire man mano che li chiamava, cambiando voce andava a riceverli alla porta spalancata del salone vuoto dalla quale, ahimè! non sarebbe entrato nessuno [...]; offriva il braccio alle signore [...] . Questa scena durava a lungo... Infine, quando il salone si era riempito di questi fantasmi; quando tutta questa gente dell'altro mondo era arrivata, di colpo gli tornava anche la ragione e quell'infelice si rendeva conto del suo delirio e della sua demenza! Allora crollava, spossato, su una di quelle poltrone vuote e scoppiava in un pianto dirotto!"

La sua fama è dovuta alla particolare cura riservata ai dettagli nel vestire.
Il suo stile di abbigliamento -che per molti aspetti era uno stile di vita - era destinato a quel tempo a sembrare eccentrico, se non addirittura scandaloso.
In un'epoca, infatti, in cui dominavano ancora i colori più sgargianti e le stoffe di seta, in cui si usavano le parrucche e l'igiene era considerata poco virile, Brummel adottò invece il colore blu per gli abiti, lanciando definitivamente l'uso dei pantaloni lunghi a tubo e delle giacche da frac, eliminando per sempre brache al ginocchio, calze e giustacuore.
Prese poi a curare con particolare attenzione l'igiene intima, con generoso impiego di acqua e sapone, eliminando la parrucca incipriata e arrivando fino alla "bizzarria" di cambiare camicia ogni giorno.
Tutto questo si accompagnava a un modo raffinato di atteggiarsi, di muoversi e agire, il tutto coniugato con un'attitudine spiccata verso l'arte e la cultura in genere.


Il 5 novembre 2002 il Principe Michael di Kent ha inaugurato un monumento a Brummel in Jermyn Street, all'entrata delle Piccadilly Arcade.



Fonti: 
- wikipedia;
- noveporte.


sabato 1 dicembre 2012

I peccati dei Borgia

Autrice: Sarah Bower
Titolo originale: Sins of the House of Borgia

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Ero un pò prevenuta verso questo romanzo, in quanto temevo che sarebbe stato l'ennesimo che avrebbe sfruttato la "leggenda" degli amori incestuosi di Lucrezia Borgia; una volta cominciata la lettura, tuttavia, ho davvero pensato di dovermi ricredere... fino a trenta pagine dalla fine, ahimè!
Ma andiamo con ordine.
La storia prende le mosse dalla cacciata degli ebrei dalla Spagna, a causa della quale la piccola Ester, narratrice del romanzo, arriverà a Roma, e diventerà poi la dama di compagnia favorita di Lucrezia Borgia ai tempi delle sue nozze con Alfonso d'Este, dopo la morte del secondo marito Alfonso di Bisceglie.
Il libro è scritto benissimo, la prosa è davvero incantevole, e le descrizioni di scene di corte, abiti e quant'altro sono minuziose. La figura di Lucrezia si avvicina molto a quella descritta da Maria Bellonci nel suo bellissimo saggio, e innumerevoli sono i personaggi storici che sfilano davanti ai nostri occhi, da Angela Borgia a Dorotea Caracciolo, da Caterina Sforza a Isabella d'Este. La storia d'Italia e il coinvolgimento dei Borgia in essa viene spesso, purtroppo, lasciata in secondo piano, ma evidentemente non ci troviamo di fronte ad un libro di storia.
Cinquecento pagine scorrono veloci, anche se il romanzo non è proprio privo di difetti, come l'inconsistenza del personaggio di Ester (ribattezzata prima Donata e poi Violante) o la poco coinvolgente storia della stessa ragazza con il duca Valentino, di sicuro non il mio personaggio preferito.
Evidentemente, però, la presunta -e a quanto pare falsa- relazione di Lucrezia con il fratello Cesare rappresentava una tentazione troppo grande per non essere colta, e così, con il suo inserimento a pochissime pagine dalla fine si rovina, secondo me, un romanzo godibile e il cui elemento di novità era rappresentato proprio dal non servirsi degli incesti di casa Borgia.
Senza contare che alla luce della "rivelazione" va riletta l'intera vicenda e la funzione stessa della protagonista Violante all'interno della storia.
Il finale è un pò affrettato e la parte centrale, con un Cesare Borgia onnipresente e una Lucrezia momentaneamente scomparsa dalla scena, può risultare lenta.

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Trama: Quando Violante, giovane ebrea di Toledo, parte per l'Italia nel 1492, non può immaginare i magnifici eccessi di cui sarà presto testimone. Sola e inesperta, fa il suo ingresso come dama di compagnia in una delle corti più fastose d'Europa: quella splendida e misteriosa dei Borgia. Diventata prediletta della bellissima Lucrezia, che la tiene sempre con sé, e innamorata di suo fratello Cesare, che ne farà la propria amante, la fanciulla gode dell'ambiguo privilegio di veder nascere gli intrighi più perversi, le vendette più feroci, i rapporti più lussuriosi di una famiglia celebre per aver fatto del potere, e del peccato, il proprio credo. Compreso il patriarca, Rodrigo Borgia, alias Papa Alessandro VI, che mentre allunga le mani su Roma non si fa mancare i favori della stupenda, e giovanissima, Giulia Farnese. Ma a palazzo, in realtà, nessuno è come appare. Se le lussuose stanze celano una Lucrezia ignota a chi la ritiene soltanto una donna volgare e depravata, e se i mormorii su Cesare non possono svelare l'anima dell'uomo a cui Violante ha dato il cuore, quest'ultima, dal canto suo, nasconde più di un segreto: un passato con troppi lati oscuri, e una missione inconfessata...

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Giudizio personale: 4/5 

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Approfondimenti - Dorotea Caracciolo

Nata Malatesta, Dorotea crebbe alla corte dei Gonzaga e seguì la futura duchessa Elisabetta a Urbino come dama di compagnia. La duchessa ne favorì le nozze con il nobile napoletano Giovanni Battista Caracciolo, di trent'anni più vecchio.

Elisabetta Gonzaga, duchessa di Urbino

Il matrimonio fu celebrato nel 1500 ad Urbino, alcuni mesi dopo la nomina del Caracciolo a capitano generale della fanteria della Repubblica di Venezia. Solo un anno più tardi Dorotea si mise in viaggio per la Serenissima. Il corteo fu seguito da una corposa scorta inviata dal capitano, consapevole della pericolosità del viaggio, che avrebbe portato la moglie nelle terre di Romagna, occupate da Cesare Borgia.
Le precauzioni, tuttavia, non furono sufficienti, e il viaggio fu all'origine di un'avventura durata tre anni e dai contorni ancora indefiniti.
Infatti, tra Porto Cesenatico e Cervia, Dorotea fu rapita insieme con la dama di compagnia da alcuni soldati spagnoli e la scorta fu messa in fuga o uccisa. Sulla base di testimonianze di soldati superstiti e di alcuni contadini che avevano alloggiato le donne e i rapitori, il rapimento fu attribuito senza esitazioni a Cesare Borgia, che però lo attribuì a un suo capitano.

Cesare Borgia, il "Duca valentino"

Per motivi politici, il Consiglio della Serenissima impedì a Giovanni Battista Caracciolo di attuare rappresaglie private, e dopo un pò sulla questione fu fatto cadere il silenzio.
Nell'ottobre del 1502 si seppe che Dorotea era viva, e un anno dopo -in coincidenza con la morte di Papa Alessandro VI e con il declino del potere del figlio Cesare- fu liberata.
Non si sa di sicuro cosa accadde.
Probabilmente la Malatesta fu ad Imola, a Forlì, a Roma, prigioniera a Castel Sant'Angelo insieme a Sancia d'Aragona, infine in un convento di suore.
E' accreditata l'ipotesi che il Borgia fosse, se non il mandante del rapimento, almeno compiacente. C'è inoltre il sospetto che la donna fosse consenziente.
Una volta libera, Dorotea fu accolta con grandi onori dal marito a Faenza, dove nacquero i quattro figli Marco Oliviero, Isabella, Viola e Battista.
Nel 1508 il Caracciolo fu ucciso da un suo parente per vendetta di un torto personale, e la Malatesta decise di trasferirsi con i figli a Napoli, patria del marito.
Qui morì di peste nel 1527, senza essersi mai risposata.

Fonte: Treccani.it

mercoledì 29 agosto 2012

Il dono delle Furie

Autrice: Elizabeth Miles
Titolo originale: Fury

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Le premesse c'erano tutte, la trama era accattivante, le Furie potevano essere dei personaggi affascinanti, con il vantaggio di non essere figure inflazionate (vedi i vampiri). Eppure, la storia che viene fuori da questo romanzo si rivela piuttosto scialba, a tratti noiosa, le Furie sono delle figure marginali, poco indagate e poco raccontate.
Pagina dopo pagina aspettavo una svolta interessante che non è mai arrivata, anche se l'ultima parte è leggermente migliore rispetto a quelle che la precedono.
Lo stile non è pessimo, ma piatto, e tocca punte di mediocrità tali che mi hanno fatto chiedere perché non si pretenda di più da un romanzo young adult, come se i ragazzi non avessero diritto alla qualità, ma dovessero accontentarsi di storie poco originali e spesso scritte male.
Il finale è aperto, visto che Il dono delle furie è il primo di una trilogia, ma a dire il vero non muoio dalla voglia di leggere il seguito.

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Sinossi: Tre ragazze bellissime, tre ragazze dal sorriso indecifrabile e dallo sguardo ipnotico cui è impossibile resistere: in un piccolo paese come Ascension, non sorprende che la notizia del loro arrivo sia sulla bocca di tutti. Soprattutto per il mistero che le circonda: nessuno le ha mai viste prima, nessuno sa dove vivano. E nessuno immagina che quelle tre splendide fanciulle, invece, conoscono i segreti di ogni abitante della città. Come il vero volto di Chase Singer, l'astro nascente della squadra di football: dietro la maschera da bravo ragazzo, infatti, si nasconde una persona che, per raggiungere il successo, non ha esitato a calpestare i sentimenti della ragazza che amava, distruggendole l'esistenza. E come la relazione che, da qualche tempo, Emily ha col fidanzato della sua migliore amica, una relazione che nessuno avrebbe mai dovuto scoprire. Ecco perché Chase riceve in regalo un'orchidea rossa ed Emily ne trova una identica sul sedile dell'auto. E' un avvertimento. E' il dono che segna il destino di chi deve pagare per le proprie colpe. E' il dono delle Furie...

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Giudizio personale: 2/5

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Approfondimenti - Le Furie

Furie è il nome romano delle Erinni greche, divinità del mondo sotterraneo. Nel loro aspetto benevolo erano dette Eumenidi.
Si tratta di tre sorelle, dal V secolo in poi identificate come Aletto (il Furore), Tisifone (la Vendetta) e Megera (l'Ira invidiosa).
Secondo la leggenda nacquero dal sangue di Urano, fuoriuscito quando Crono lo evirò.
Venivano rappresentate in modo raccapricciante, con serpenti in luogo dei capelli e occhi di fiamma. Un'altra versione le vede come geni alati con capelli formati da serpenti e torce o fruste nelle mani, la bocca spalancata nell'atto di lanciare urla orribili..
Rappresentavano il rimorso, e la loro funzione era quella di tormentare e punire i colpevoli, soprattutto quelli rei di aver compiuto delitti contro la propria famiglia.
Si raccontava che il quinto giorno di ogni mese lasciassero le loro dimore per recarsi sulla terra accompagnate dal Terrore, dalla Rabbia e dal Pallore.
Nell'Eneide, le Furie vivono nel vestibolo dell'Erebo e sono chiuse in gabbie di ferro.
Aletto, secondo alcuni, era nata non da Urano ma da Acheronte e dalla Notte; il suo nome significa probabilmente "colei che non riposa", "colei che non dà requie", "l'indicibile", o ancora "colei il cui nome non può essere pronunciato".
Tisifone era incaricata di castigare i delitti di omicidio, in particolare patricidio, matricidio e fratricidio. Un mito racconta che si innamorò di Citerone, che uccise con uno dei serpenti presenti sul suo capo.
Megera, l' "invidiosa", era invece preposta all'invidia e alla gelosia, e induceva a commettere delitti, come l'infedeltà matrimoniale.

Fonti:
mediasystemnet ;
mitologia greca ;
okpedia ;
wikipedia ;
elicriso .


domenica 15 gennaio 2012

Le due tigri

Autore: Emilio Salgari

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Il mio "viaggio" nella letteratura per ragazzi continua con Le due tigri di Emilio Salgari. Qui vediamo Sandokan  spingersi fino in India insieme al fedele amico Yanez per salvare la figlioletta di Tremal-Naik, Darma, rapita dai settari della dea Kalì, il cui capo è il malvagio Suyodhana.
Le due tigri del titolo sono infatti quella della Malesia, e cioè Sandokan, e quella dell'India, il capo dei settari.
La storia è successiva ai romanzi Le tigri di Mompracem, I misteri della jungla nera e I pirati della Malesia, ma può essere letto anche isolatamente.
E' questo un libro che mantiene ciò che promette, e cioè avventura. Non è possibile, infatti, girare pagina senza che i protagonisti si trovino a dover fronteggiare dei pirati, cadano in un'imboscata o rischino di essere assaliti da animali feroci.
Molto belle le descrizioni dell'ambiente naturale in cui si muovono Sandokan e compagni, ed anche quelli degli interni, meno numerosi.
E' interessante che l'autore dia anche informazioni al lettore, come nel caso dell'insurrezione indiana o del destino delle vedove del subcontinente, il che permette di calarsi meglio nella storia e, perché no, di acquisire qualche informazione in più.
Benché il romanzo sia zeppo di traditori e assassini -ma senza mai risultare violento-, mi ha colpito molto constatare quanti buoni sentimenti, ingenuità e fiducia verso il prossimo alberghino invece nei protagonisti.
Un pò deludente solo la lotta tra le due tigri, conclusasi davvero troppo presto.

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-Chi siete voi dunque, che dalla lontana Malesia venite qui a sfidare la potenza dei thugs, che ha resistito e resiste tuttavia ai colpi del governo anglo-indiano?-
-Chi siamo noi?- disse Yanez alzandosi. - Degli uomini che un giorno hanno fatto tremare tutti i sultani del Borneo, che hanno strappato il potere a James Brooke, lo "Sterminatore dei pirati", ed hanno fatto impallidire perfino il leopardo inglese: noi siamo i terribili pirati di Mompracem!-


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Giudizio personale:  3/5


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Approfondimenti/1 - I Thugs


Nel romanzo Sandokan, Yanez e i loro compagni combattono contro i terribili settari di Kalì, i Thugs.


Si può dire che i Thugs sono stati una setta di assassini che contava una numerosa schiera di seguaci ed una ancor più folta moltitudine di vittime. L’appartenenza alla setta era segreta, e gli adepti erano insospettabili che quotidianamente conducevano una vita rispettabilissima.
I Thugs non erano infatti banditi comuni: la loro attività era determinata da profonde convinzioni religiose. 
Le uccisioni da loro perpetrate avevano lo scopo di ingraziarsi la loro divinità ispiratrice e protettrice, la dea Kalì, guadagnando così meriti per sfuggire all'altrimenti eterno ciclo della reincarnazione. E ciò non solo per loro stessi, ma anche per le loro vittime.
Questo però era possibile solo se la vittima veniva uccisa secondo uno specifico rituale.
 
Il rito del sacrificio, chiamato THAGI, prevedeva l’uccisione per strangolamento, ed era importante che avvenisse senza spargimento di sangue. 
L’episodio che in questo modo veniva ricordato e perpetuato era quello della creazione stessa dei Thugs: all’inizio del mondo, mentre gli dei stavano creando i primi esseri umani, questi venivano continuamente uccisi dal demone RIKTAVIJ. Per sconfiggere tale demone gli altri dei chiesero aiuto a Kalì, ma anch’essa non riuscì nell’impresa, perché ogni volta che, con la sua spada, tagliava in due il demone, questi si rigenerava continuamente dal suo stesso sangue. Allora la dea creò due uomini che fornì di due strisce di stoffa prese dal proprio vestito, e questi le usarono per uccidere il demone senza versare sangue. Furono i primi due Thugs, e a loro e ai loro discendenti la dea dette il compito di immolare tutti gli altri demoni che avessero incontrato.

Dai demoni agli esseri umani il passo fu breve. 
I Thugs non uccidevano donne e bambini e spesso adottavano i piccoli delle loro vittime. Inoltre sfuggivano ai loro terribili e mortali fazzoletti gli appartenenti ad alcune categorie di lavoratori che erano sacri alla loro protettrice, quali ad esempio ciabattini, carpentieri, fabbri e tagliatori di pietre.
I thugs spesso si univano a carovane e, dopo averne ottenuta la fiducia, sorprendevano i componenti e li sterminavano. 
Utilizzavano un "fazzoletto" di seta, detto RUHMAL, piuttosto lungo, arrotolato e provvisto ad una estremità di una pesante moneta. Esso veniva indossato come una cintura e poi utilizzato facendolo roteare in modo che la moneta colpisse la testa della vittima, stordendola.
L’attività dei Thugs era giunta nel XIX secolo a provocare migliaia di vittime ogni anno.
Nel 1826 fu incaricato di combatterli il capitano William Sleeman. Questi studiò a lungo il loro mondo segreto ed intraprese una dura lotta, riuscendo a sconfiggerli e debellarli in un tempo sorprendentemente breve. I Thugs comunicavano tra loro utilizzando un codice segreto detto RAMASEE, che Sleeman decifrò, e questo contribuì notevolmente ad accelerare la loro sconfitta. Nella sua azione utilizzò anche molti "pentiti" e questo, unito anche alla distanza culturale tra i giudici inglesi e gli accusati indiani, produsse probabilmente anche numerosi errori giudiziari. 
La repressione fu nel complesso molto dura (ca. 4 mila giustiziati) ma accompagnata anche da numerosi esempi di clemenza; ad esempio i pentiti avevano salva la vita e venivano inviati, insieme ai più giovani catturati, in istituti di rieducazione.

Nella memoria inglese i Thugs sono rimasti con una connotazione profondamente negativa, tanto da entrare nel loro vocabolario, dove "thug" significa letteralmente "delinquente", "teppista". In realtà "thug" è la anglicizzazione della parola sanscrita "thag" che significa "ingannatore".
In India la presenza dei Thugs risale almeno al XIIII secolo, ma essi furono attivi soprattutto nel XVIII-XIX secolo nella zona nordorientale e in particolare nel Bengala. 
Infatti Kalì è tradizionalmente la dea protettrice di Calcutta, la capitale dello stato del Bengala. 
La città stessa di Calcutta deve il suo nome all’esistenza di un tempio dedicato a tale dea. Infatti, in bengalese, la città di Calcutta si chiama KALIKATA. Questo è il nome bengalese di uno dei tre villaggi che gli Inglesi nel XVIII secolo riunirono per edificare la futura capitale dei loro possedimenti in India, nome dovuto appunto alla presenza del più famoso santuario della dea, il Kalighat.


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Approfondimenti/2 - La dea Kalì

(click per ingrandire)

Kali ("la nera") è la madre dea Hindu, simbolo di dissoluzione e distruzione. 
Appare per la prima volta nel Rig Veda non in qualità di divinità, ma come lingua nera delle sette lingue fiammeggianti di Agni, il dio del fuoco.
Inviata sulla Terra per sgominare un gruppo di demoni, iniziò ad uccidere anche gli esseri umani. Per fermarla, Śiva si distese fra i cadaveri, e quando la dea si accorse che stava per calpestare il proprio marito, interruppe la sua furia.

La sua apparenza è terrificante: ha occhi minacciosi, lingua sporgente e quattro braccia. 
In una mano alzata impugna una spada insanguinata e in una abbassata tiene la testa recisa di un demone. Con la mano sinistra compie un gesto di minaccia, mentre la destra accorda benefici. 
Intorno a lei vi è una catena di teste umane mozzate, ed indossa una cintura composta di braccia smembrate. E' spesso rappresentata danzando o in unione sessuale con Shiva. 

La rigogliosa capigliatura di Kali è arruffata, e simboleggia la sua illimitata libertà primordiale. Un’altra interpretazione dice che ogni capello è un jiva (anima individuale), e che tutte le anime hanno le loro radici in Kali.
La dea ha tre occhi; il terzo è quello della saggezza.
La sua lingua protesa è una manifestazione della sua natura terribile e divoratrice; è invece considerata a volte un segno di ritrosia, perchè sta involontariamente calpestando il corpo del suo sposo Shiva.
Le braccia rappresentano la capacità all'azione, mentre i cinquanta crani rappresentano le cinquanta lettere dell’alfabeto; la carnagione scura rimanda alla dissoluzione di ogni individualità; la nudità della dea significa la caduta di ogni illusioneil laccio con cui prende le teste per mozzarle rappresenta la caducità di tutto ciò che esiste.



sabato 5 marzo 2011

La principessa di Mantova

Autrice: Marie Ferranti
Titolo originale: La princesse de Mantoue

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Sono perplessa riguardo a questo libro.
Esso narra la storia di Barbara di Brandeburgo, data in sposa a Ludovico Gonzaga a soli nove anni e cresciuta alla corte di Mantova.
Continui sono i riferimenti a vari documenti, e soprattutto alla corrispondenza tra Barbara e una cugina, Maria di Hohenzollern, vero filo conduttore di tutta la vicenda, che si fa sempre più avvincente e termina con la morte di Barbara.
Si arriva così alla fine convinti di aver letto un bel libro -o libriccino, in questo caso- storico, certo con qualche elemento di fantasia, dovuto alla scarsità di informazioni.
E invece, cosa leggiamo nella Postfazione? Che Maria di Hohenzollern non è mai esistita, le lettere non sono mai state scritte, tutti i documenti sono pura invenzione.
L'autrice ha semplicemente visto Barbara di Brandeburgo dipinta dal Mantegna ed ha immaginato la sua storia.
"Questo è solo un gioco", ci svela. D'accordo, ma forse sarebbe stato più corretto dircelo prima.

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Quarta di copertina: Poco si sa di Barbara di Brandeburgo, andata in sposa a soli nove anni a Ludovico Gonzaga di Mantova nel 1433. Ma molto si può immaginare dal ritratto che le fece Andrea Mantegna nella Camera degli Sposi al castello di San Giorgio. Quando il marito l'abbandona per combattere al fianco di Francesco Sforza, Barbara si ritrova sola in una delle corti più raffinate ed eleganti, che accoglie i più grandi artisti e letterati dell'epoca. Con grande intelligenza, nonostante la tenera età, si adatta alla nuova vita, riceve un'istruzione adeguata e, al ritorno del marito, riesce a conquistarne l'affetto.
Catturata dall'intensità espressiva del volto dipinto, Marie Ferranti costruisce un romanzo suggestivo e coinvolgente che, tra realtà storica e finzione, restituisce pienamente lo spirito di un periodo storico tra i più affascinanti, il Rinascimento italiano, dando vita a un'eroina elegante e colta, straordinariamente forte e determinata, ma al tempo stesso cinica e crudele.

"Un cammeo delicato, che offre le tracce di uno spaccato storico di bellezza e crudeltà, di raffinatezza e solitudine". Nico Orengo, TTL-La Stampa.

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Giudizio personale: 3/5

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Approfondimenti - La Camera degli Sposi

Il ritratto di Barbara di Brandeburgo da cui l'autrice ha tratto ispirazione per il suo romanzo è quello che ritroviamo nella scena detta "della corte", che occupa una parete della Camera Picta, o degli Sposi, nel Castello di San Giorgio a Mantova.


In essa vediamo anche altri personaggi che animano la storia: Ludovico, sulla sinistra, in veste da camera, seduto su una sedia sotto la quale, come segno di fedeltà, riposa il cane Rubino; la piccola Paola, che porge una mela alla madre; Barberina, in piedi sulla destra; forse il precettore Vittorino da Feltre, sullo sfondo.
Di seguito alcuni particolari del dipinto:

Barbara di Brandeburgo


Ludovico Gonzaga


Paola Gonzaga


Barberina Gonzaga

Nella camera ritroviamo anche una seconda scena, detta "dell'incontro", citata nel testo, nonchè lo splendido soffitto col meraviglioso oculo.

Per chi fosse interessato, ecco un sito in cui trovare informazioni ed immagini:

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Com'erano davvero

Barbara di Brandeburgo


Ludovico Gonzaga


Paola Gonzaga (presumibilmente)

Paola Malatesta, suocera di Barbara


Gianfrancesco Gonzaga, suocero di Barbara

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Qui un'intervista a Marie Ferranti



domenica 2 gennaio 2011

L'enigma Vivaldi


Autore: Pedro Mendoza
Titolo originale: El enigma Vivaldi

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Mi sto ancora chiedendo perchè mai ho preso questo libro.
Che sin dalla trama in quarta di copertina urla che non è altro che l'ennesima storia che cavalca l'onda dei libri contenenti "grandi segreti", o "misteri", o "rivelazioni", nello stile de Il codice Da Vinci.
Questa volta siamo a Venezia, colui che ha scoperto il grande segreto è l'eccelso Vivaldi, eppure dov'è che si va a finire? Ai Templari, a Gesù, alla sua presunta sopravvivenza alla croce, il suo arrivo in Francia, ecc. ecc.
Nulla di nuovo, dunque. Purtroppo.
I personaggi non hanno spessore; gli italiani sono per lo più corrotti o corruttibili (tranne la protagonista, naturalmente), sempre pronti a tirar fuori espressioni o sguardi maliziosi anche nelle situazioni più disperate; i protagonisti non fanno che prendere cappuccino ad ogni ora del giorno.
I dialoghi sono piuttosto brutti, e la telefonata di minacce a Maria risulta un tantino ridicola.

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Retrocopertina: "Ma non capisci che ci troviamo di fronte a qualcosa di straordinario? Che abbiamo a portata di mano la possibilità di svelare un enigma irrisolto e che ricercatori di tutto il mondo darebbero qualsiasi cosa per essere al nostro posto?". "Non lo so. Ho un brutto presentimento. Siamo sul punt
o di svelare un mistero che è stato rispettato per due secoli e mezzo, quasi volessimo aprire una porta che dovrebbe restare chiusa ".

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Giudizio personale: 2/5

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Approfondimenti - San Zanipolo e il Polittico di San Vincenzo Ferreri

Ecco la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, conosciuta anche come San Zanipolo, dove i protagonisti de "L'enigma Vivaldi" trovano la chiave per decifrare la partitura.


Si tratta di un edificio medievale in cui sono sepolti molti dogi veneziani ed importanti personaggi; inoltre vi è conservata la pelle di Marcantonio Bragadin, eroe veneziano che fu scorticato vivo dai turchi dopo la presa di Famagosta.

Questo è invece il Polittico di San Vincenzo Ferreri, protagonista di alcuni capitoli del libro.


Come ci indica l'autore della storia, è opera di Giovanni Bellini ed è diviso in nove scomparti: nella parte centrale troviamo a sinistra San Cristoforo, a destra San Sebastiano e al centro San Vincenzo; nella parte superiore vi sono l'Arcangelo Gabriele, il Cristo morto sorretto dagli angeli e la Vergine Annunciata; nella predella sono raffigurati invece alcuni miracoli di San Vincenzo.

(fonte: Wikipedia)